HOMO FABER


Editoriale del 14 gennaio 2019

 Trovo sia una sciocca semplificazione licenziare la poetica di De Andrè come “amorale”. Faber era di estrazione anarchica, e gli anarchici credono furiosamente nell’uomo, fino a farne un sogno ridicolo, irrealizzabile. Ma qualcosa resta delle loro fantasticherie, sono il sale, gli angeli della storia ha detto qualcuno.  Il fatto che De Andrè sia ascoltato da tutto lo spettro delle vacillanti posture politiche, sempre pronte a essere rimodulate dai suoi superficiali rappresentanti, non ha a che fare con l’assenza di morale, ma al contrario con la capacità delle storie di toccare quel principio umanistico e libertario troppo presto sepolto nel cuore di ogni adulto. Sale, angeli e bambini. Una volta fui invitato da un gruppo di palestinesi a bere un tè. Vennero a prendermi in macchina, comprammo dei bicchieri caldi da portar via. Volevano fuggire dalla prigione di Ramallah, e lo scassone della macchina si fermò in una strada sterrata, nell’allucinazione notturna delle colline pietrose . Raccogliemmo un po’ di fuscelli per il fuoco. Loro, membri di una squadra dell’esercito che fa resistenza con la danza tradizionale, misero su una canzone e inscenarono un ballo di gruppo, passetti armoniosi, braccia avvinghiate nel ritmo collettivo di una popolazione. Avevo solo una voce da far ascoltare nella piccola bolla di luce circondata dall’oscurità. Misi su “Sidùn” e l’ascoltammo tutta in silenzio. Nel 1982 a Sidone, in Libano, gli israeliani massacrarono molti innocenti palestinesi. La canzone è il pianto disperato di un padre per il figlio schiacciato da un carrarmato. In dialetto genovese. Cannoni, cingoli e acciaio amorali, naturalmente, se fate parte di questo tempo, e di questo mondo.

 

Luca Foschi

(Inviato di guerra da Aristan\ Aristan’s war correspondent)     

                              

Misi su “Sidùn” e l’ascoltammo tutta in silenzio. Nel 1982 a Sidone, in Libano, gli israeliani massacrarono molti innocenti palestinesi. La canzone è il pianto disperato di un padre per il figlio schiacciato da un carrarmato. In dialetto genovese. (da HOMO FABER – Editoriale di Luca Foschi)

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