IL CAFFÈ


Editoriale del 22 gennaio 2021

Ci sono piccoli gesti, che diventano incombenze che si accumulano nel quotidiano e producono inevitabile stress. Sono momenti della nostra vita dei quali non dobbiamo diventare schiavi e perciò vanno combattuti preventivamente. Uno di questi è il caffè, nel senso della sua facitura.
Attenti alla prima volta in cui sarete chiamati a farlo, sia che si tratti di vostra moglie, (“fallo tu caro”), sia che si tratti di vostra suocera, (“ma perché non lo fai tu il caffè, non lo vedi che tua moglie è tre ore che va su e giù per servire gli ospiti…”) e voi acconsentite per inerzia, perché non potete dire di no. “Va bene, va bene, dammi la caffettiera. Come? Me la prendo io, dimmi solo dov’è”.
Un avviso a tutti i fidanzati o novelli sposi, o semplicemente a tutti i ragazzi che un giorno affronteranno la vita a due. Attenti, perché proprio in quel momento che sembra banale, di quel dato giorno, si attua una fregatura che può durare tutta una vita. Esattamente quella prima volta che essendoci ospiti lei ti dirà con smorfia affettuosa da moina di fronte a tutti “Caro, lo fai tu il caffè?”. E tu che ti eri già rilassato e stavi pensando se accenderti un sigaro o una sigaretta, devi andare in cucina, lasciando la compagnia nel mezzo di un gossip che ti stava interessando molto.
Devi trovare la caffettiera, pulirla dopo averla forzata per aprirla, metterci l’acqua, la miscela di caffè, richiudere con una certa forza, accendere il fuoco, quello più basso come faceva tua madre, che lo faceva sempre lei, e attendere il gorgoglìo. Una scocciatura tremenda, anche perché nel mentre senti arrivare le risate dal salone, reiterate, e tu devi recuperare le tazzine, guai se sono una diversa dall’altra, te le fa riportare indietro, c’è sempre un servizio buono che attende solo di essere usato. Poi devi ricordarti dei sotto tazzine, che non se ne fa niente nessuno, ma complicano il trasporto, lo zucchero “ma non quello, quello della zuccheriera simil argento” e i cucchiaini. A profusione.
Finalmente senti che sta uscendo, sollevi il coperchio e incroci le dita perché non si fermi a metà, altrimenti devi mettere in atto gli stratagemmi di tua madre, oppure lo devi rifare. Cerchi un vassoio bello grande, che di solito viene nascosto nei punti più disagevoli, e lo servi agli ospiti, e qui scatta la fregatura. Ti arriveranno sicuramente i complimenti incensatori di tutti, sulla bontà di quel caffè. L’ospite è falso per educazione. “Ma come l’hai fatto?”. Gli racconti la banalità del rito “Ho messo l’acqua, sì, quella del rubinetto. Poi ho messo il caffè, come? Quanto ne ho messo? Un po’ più dell’orlo, giusto una puntina”. “Lo buchi con uno stecchino?”.
Dici di no con un sorriso, cominci a pensare che ti stiano prendendo in giro, e invece a quel punto tutti pensano che tu sia una persona estremamente umile, oppure uno che giustamente non vuole rivelare i propri segreti. Tutto sommato i complimenti fanno sempre piacere, vellicano la nostra presunzione, scopriamo di avere tanto da dire in campi che non avevamo mai preso in considerazione. Qualcuno arriva a credere di possedere un certo qual talento nascosto.
Non ci rendiamo ancora conto di cosa ci stiamo preparando perché la fregatura la scopriamo la volta successiva che ci sono ospiti.
Continua…

Nino Nonnis (La Cavana [la roncola] di Aristan)

“A quel punto tutti pensano che tu sia una persona estremamente umile, oppure uno che giustamente non vuole rivelare i propri segreti.”
Da IL CAFFÈ – Editoriale di Nino Nonnis (La Cavana [la roncola] di Aristan)

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