IL CALCIO CHE GUADAGNA CON I BAMBINI


Editoriale del 23 gennaio 2018

“Chi ha un perché per vivere, può sopportare quasi ogni come”

Friedrich Nietzsche

Finalmente si è capito quale è stata la prima cosa di cui ha parlato Gaetano Miccichè ai presidenti dei club di Serie A, nell’accomodarsi sulla poltrona della presidenza della Lega Serie A: “Bisogna chiedersi cosa sia la Serie A. È uno sport o è un’industria? L’ho chiesto ai presidenti nel corso di un’assemblea. Ho risposto che, se pensano sia solo uno sport, non hanno bisogno di me”. La logica stringente del banchiere Miccichè, avrebbe dovuto far attraversare più di un brivido di freddo ai presidenti dei club di Serie A, qualora fossero stati realmente innamorati dello sport. Se fossero stati innamorati del calcio e, soprattutto, se ne avessero compreso l’essenza, qualcuno si sarebbe potuto alzare per dire: “Ha ragione, dottor Miccichè. Credo proprio che qui non si abbia bisogno di lei”.

Ma la cronaca racconta in modo chiaro come questo qualcuno non ci sia stato e quindi il banchiere di origine sicule si è messo al lavoro al servizio dell’unica cosa conosciuta bene: i soldi. C’è stata, nel corso degli ultimi decenni, una mutazione genetica del tessuto socio/culturale dell’Europa; una mutazione che ha destrutturato, senza nemmeno se ne fosse realmente consci, tutto ciò a cui le genti europee erano approdate, in ordine di convinzioni filosofiche e spirituali, conquiste sociali e di welfare, modi di concorrere nel mercato del lavoro e finanziario. Il vecchio continente può essere stato pieno di difetti e contraddizioni, ma è innegabile come sia stato un formidabile territorio dove le idee propagavano e si sedimentavano nel cammino operoso dei popoli. Certo il denaro è sempre stato importante, come è giusto che lo sia e non mi stancherò mai di ripeterlo, ma non era lui a utilizzare noi, bensì il contrario. In Europa le idee e il modo di attuarle sono state molto più importanti della ricchezza, perché definivano le modalità con cui tale ricchezza si poteva o non si poteva accumulare. Si erano creati dei “recinti”, grazie alla circolazione delle idee e al loro confrontarsi dialetticamente, entro i quali si era definito in modo chiaro il senso del lecito. In questi recinti potevano convivere modalità di un mercantilismo molto controllato dallo stato o il famoso laissez-faire (lasciate fare) secondo cui il singolo, nella ricerca del proprio benessere, sarebbe sufficiente a garantire la prosperità economica della società. Cristianesimo e socialismo, assurto a dottrina da Marx in poi, erano stati efficaci “guardiani” esistenziali e filosofici della naturale tendenza umana all’eccesso. L’equa distribuzione di Marx ed Engels conviveva con la “giusta mercede” dell’enciclica “Rerum Novarum” di Papa Leone XIII.

In quel contesto erano nate tutte le attività continentali moderne, compreso lo sport. Compreso il calcio. In quel contesto le economie degli stati erano interconnesse ma non strumenti totalizzanti e soverchianti. I vincoli esistevano per proteggere le strutture societarie, non per opprimerle, come qualcuno poi ha fatto credere. Tutto è andato più o meno in modo omogeneo fino al primo gennaio del 1995, ovvero fino alla nascita dell’Organizzazione Mondiale per il Commercio (WTO). Quel giorno la finanza pura, cioè i soldi, ha cominciato a muovere i primi passi dai luoghi più lontani e remoti del mondo, sia per cultura che per distanza, verso la presa di possesso e l’esautorazione di tutto ciò che caratterizzava l’anima dell’Europa. Ogni vincolo era stato rimosso dal mercato dei capitali e delle merci, in una sorta di desiderio incontrollato di essere uniti universalmente nella produzione e nel consumo. Chissà perché qualcuno ha confuso il termine “integrazione” (termine da non associare solo al fenomeno dell’emigrazione) con il termine “distruzione”. Il calcio europeo, caratterizzato da sempre da “campanili” persino a carattere di quartiere (si pensi alle squadre londinesi), viene anch’esso investito da ingenti capitali provenienti da Stati Uniti, Cina e Paesi arabi. Cioè dai “forzieri” del mondo.

Queste risorse provenienti da mondi estranei al calcio europeo sono state accolte subito, dai media e dalla pubblica opinione, con un inopinato senso di vanità, rendendoci ciechi di fronte alle conseguenze di lungo termine. I soldi hanno ingigantito il nostro amor proprio, inorgogliendoci del fatto come questi si fossero accorti del nostro possedere il calcio migliore del mondo. L’esperimento pilota di questi capitali extra continentali piombati improvvisamente sul calcio è stato operato, ahimè, proprio nella Premier League, stravolgendo in pochi anni più di un secolo di storia di calcio inglese. Tutti ad applaudire, oggi, il “meraviglioso” spettacolo del campionato inglese, e uno pensa subito che si riferiscano a qualche cosa riguardante l’evoluzione del gioco del calcio. Pensa che si siano ottenuti più vittorie sportive (la nascita della Premier ha corrisposto a meno vittorie europee, rispetto alla precedente storia calcistica inglese).

E invece, a leggere gli innumerevoli articoli sul tema, ci si accorge subito che è l’aumento vertiginoso dei fatturati a rendere “meraviglioso”, agli occhi di tutti, quel campionato. Allora un istinto, tra quelli più ottimisti, pensa che tali aumenti di fatturati si siano tramutati in qualche vantaggio per il tifoso a livello di accessibilità del prodotto calcio. Ma, a leggere i dati storici, si è subito smentiti. La fruibilità del calcio per il tifoso inglese e non, sia allo stadio che in televisione, ha assunto i contorni di costi sempre più insostenibili per la classe medio bassa. Il merchandising prevede 130 euro per avere una maglia dei “Red Devils” o della Juventus. Maglie griffate Adidas e prodotte in qualche fabbrica del sud est asiatico, dove gli operai più fortunati (in Cina) possono guadagnare 200 euro al mese e produrre la suddetta maglia costa fino a 1/10 rispetto al prezzo di vendita.

La curiosa conseguenza è stata quella di vedere i protagonisti del mondo del calcio (giocatori, dirigenti, procuratori, sponsor tecnici, ecc…) diventare sempre più ricchi e i tifosi, unica fonte di reddito del carrozzone calcio, diventare sempre più poveri nel tentativo di vivere l’empatia con la propria squadra del cuore. I “generosi” investitori extra continentali hanno ridotto il calcio al rango di una qualsiasi industria e hanno fatto quel che ogni persona fa quando impiega il suo capitale: hanno pensato a tutti i possibili modi di moltiplicare il capitale investito, allargando a qualsiasi costo il mercato. Il calcio, un tempo bene comune, ormai è oggetto di una scalata vertiginosa da parte del capitalismo selvaggio e finanziario, proprio quello a cui è stata levata ogni barriera dal WTO a partire dal 1995.

Il primo passo è stato quello di trasformare uno sport in uno spettacolo (da anni ormai, nei media di ogni genere, si parla di calcio spettacolo. Quanto è importante la semantica…), poi si è proseguito con la necessità impellente di modernizzare il calcio (ah come sono belli e accoglienti i nuovi stadi inglesi). Poco importa se le classi proletarie vedano tali stadi solo dalla tv. Ammesso si possano permettere un sempre più costoso abbonamento (sky), e infine ci si è aperti al fantasmagorico mondo globale, perché in fondo è bello “creare” un tifoso dello United a Shanghai e portargli lì ogni tanto, e sotto lauto compenso, i rossi di Manchester a giocare. Si inventano dal nulla trofei e coppe da giocarsi negli Stati Uniti, in Cina o in Medio Oriente nel corso della preparazione estiva, perché è il giusto pegno da pagare ai nuovi padroni, desiderosi di attingere “acqua” dai nuovi mercati, di cui sono perennemente assetati.

E allora non deve destare meraviglia se prima di una finale di Super Coppa italiana si stia tanto tempo a cercare di capire se le donne andranno accompagnate o meno allo stadio, piuttosto che di prendere atto di una triste realtà: allo stadio della finale di Super Coppa, a cui hanno assistito 60.000 entusiasti spettatori arabi, mancavano i tifosi di Milan e Juventus. Loro non avevano 7,5 milioni di euro, per quattro anni, da recapitare al banchiere Miccichè. Il quale è preoccupato da ciò che pensa Comcast (nuovo proprietario americano di Sky) e dal fatto che in Lega A ha solo trenta dipendenti. Troppo pochi per partire alla caccia di aumenti di fatturato, troppo pochi per cominciare una svolta copernicana stile Premier League. Un luogo paradisiaco dove una società come il West Ham fa pagare 800 sterline i bambini che vogliono accompagnare, mano nella mano, l’ingresso dei giocatori in campo. Non so cosa passi nella testa dei genitori che spendono tale cifra per donare un fugace momento di gloria ai propri pargoli e non so nemmeno cosa passi per la testa di chi, anche volendo, tale cifra non può permettersi di spenderla. So quello che passa per la testa di Miccichè e delle società italiane, che via via si stanno organizzando sempre di più per sfruttare economicamente gli adolescenti (i più forbiti lo definirebbero un mercato in crescita). Un tempo sarebbe stato un onore, per il calcio, avere dei bambini attenti alle sue vicende. Ma ormai il “tempio” è stato profanato, nella complicità e nell’indifferenza di tutti. Sportivi, dirigenti, giornalisti, e anche noi semplici tifosi. Il massimo dirigente federale (Gravina) non parla mai (e forse è meglio), Malagò e Miccichè parlano solo di soldi. E questo forse ci meritiamo.

A volte mi vien da pensare che  la morte di Dio nel “Così parlò Zarathustra” di Friedrich Nietzsche, sia avvenuta effettivamente nel nostro caro vecchio continente. Ma auguro sinceramente a tutti noi che non sia così.

Editoriale di Anthony Weatherill (ha collaborato Carmelo Pennisi)

 

una società come il West Ham fa pagare 800 sterline i bambini che vogliono accompagnare, mano nella mano, l’ingresso dei giocatori in campo (da IL CALCIO CHE GUADAGNA CON I BAMBINI – Editoriale di Anthony Weatherill)

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