IL CALCIO, L’ARABIA SAUDITA E I DIRITTI DELLE DONNE


Editoriale del 16 gennaio 2018

 “La grandezza è una visione” – Massimo Decimo Meridio

Ciò che facciamo in vita riecheggia nell’eternità”, recita una delle frasi più significative del film premio oscar “Il Gladiatore”. Chissà se ha pensato a questo Riku Riski, calciatore finlandese, quando ha rifiutato la convocazione della sua nazionale per la partita amichevole con la Svezia che si giocherà prossimamente in Qatar. Convocazione rifiutata per protestare contro la sistematica violazione dei diritti umani del piccolo e ricco emirato affacciato sul Golfo Persico. Infatti è da tempo che Amnesty International denuncia lo sfruttamento e le condizioni critiche dei lavoratori migranti che si stano occupando di costruire le infrastrutture della coppa del mondo del 2022. Si calcola che le vittime di incidenti sul lavoro nei cantieri della rassegna iridata siano ormai 4000 (fonte Amnesty International), e c’è da chiedersi di fronte a cosa i maggiorenti del calcio mondiale possano decidere di dire basta. Esiste un Riku Riski alla Fifa? Possiamo affermare tranquillamente di no, viste le ultime entusiastiche dichiarazioni del presidente della Fifa Gianni Infantino. “Possiamo allargare il mondiale a 48 squadre sin dal 2022. La maggior parte delle federazioni è a favore. Gli stadi saranno completati nel 2020, ed è qualcosa che non ho visto in nessun mondiale, nemmeno in Europa”. Ovviamente Infantino si è ben guardato, a differenza di Riku Riski, di chiedersi a quale prezzo i qatarini stiano arrivando a fare ciò che nemmeno gli europei sono mai stato in grado di fare. Forse perché in Europa esistono ancora legislazioni sul lavoro e i sindacati, e nessun governo del vecchio continente si sognerebbe di istituire una legge come quella della “kafala”: un sistema diffuso in tutta l’area qatarina, che riduce il migrante a schiavo del suo datore di lavoro, che entra in possesso dei suoi documenti e quindi della sua vita.
Ad aggravare la situazione c’è il reiterato tentativo di silenziare la stampa internazionale, impedendole di svolgere qualsiasi inchiesta sui cantieri incriminati. Rispetto a innumerevoli morti sul lavoro per lo svolgimento di un torneo di calcio, forse il caso sulle donne obbligate a essere accompagnate per assistere alla finale di Gedda della supercoppa italiana tra Juventus e Milan appare un filo ipocrita e montata ad arte. Premesso che non si può non essere d’accordo sul non condividere la condizione femminile in Arabia Saudita, dobbiamo sempre ricordare che la nostra non condivisione nasce dal cammino che l’occidente, nel suo complesso, ha operato nel corso dei secoli. Cammino orgogliosamente giunto alla presa d’atto che tutte le persone sono uguali di fronte alla legge e tutte le persone devono godere degli stessi diritti e devono rispondere degli stessi doveri. Questa è la nostra cultura, questo è il risultato degli sforzi di innumerevoli generazioni di occidentali. Risultato da non ascrivere in nessun modo al caso. Filosofia greca, diritto romano, cristianesimo, Magna Charta Libertatum, rinascimento, illuminismo, rivoluzione francese, idealismo tedesco, socialismo, hanno segnato in modo indelebile il mondo occidentale, rendendolo conscio della sua storia. Una storia però, se vogliamo essere obiettivi, riconducibile a un punto di vista tra vari punti di vista. Che per noi occidentali sia il miglior punto di vista possibile è quasi lapalissiano aggiungerlo. Ovvio come per gli arabi non sia così. Una domanda sorge spontanea: si può usare lo sport per condannare, secondo il nostro punto di vista, una modalità culturale? Abbiamo il diritto di farlo? Possiamo chiedere di non giocare una partita per violazioni dei diritti civili delle donne, mentre ci apprestiamo a giocare una coppa del mondo in un Paese dove vige un sistema di schiavitù e sfruttamento? Sono temi complessi dove apparentemente vengono richiamati fondamenti di filosofia del diritto, di antropologia culturale, di storia religiosa.
Dico apparentemente, perché poi in realtà l’unica cosa a cui, a un certo punto, bisognerebbe riferirsi è la verità. Questa storia di Gedda richiama un bisogno disperato e crescente di verità, piuttosto che di un ennesimo punto di vista. Ma l’occidente da tempo ha perso di vista l’orizzonte della verità e si è immerso nel mondo confusionario e rumoroso del relativo elevato ad assoluto. Zygmunt Bauman, elaborando il celebre concetto di “società liquida”, sosteneva che “con la crisi del concetto di comunità emerge un individualismo sfrenato, dove nessuno è più compagno di strada ma antagonista di ciascuno. Mancando ogni punto di riferimento, tutto si dissolve in una sorta di liquidità. Si perde la certezza del diritto e le uniche soluzioni per l’individuo senza punti di riferimento sono l’apparire a tutti i costi come valore e il consumismo”. Gli sceicchi arabi,  formatisi nelle migliori università anglosassoni, devono aver dimenticato questa lezione del grande pensatore polacco e si sono messi a “consumare” sport ad alto livello con la stessa voracità con cui un bulimico si approccerebbe a una tavola imbandita. Pur di apparire e consumare nello scenario mondiale hanno cominciato a iniettare un’enorme e ingiustificata massa di denaro nello sport occidentale, stravolgendone qualsiasi tradizione su cui si fondava. Il punto di vista (liquido) creso/mediorientale si è insinuato nella nostra cultura, facendo arrivare a desiderare a molti tifosi che la brama di apparire degli sceicchi li portasse a investire sulla loro squadra del cuore. In pratica, anche nei desideri, ci siamo messi in vendita senza rendercene conto. E ora la storia, oggettiva e maestra, sta cominciando a presentare il conto sia agli occidentali che agli arabi, ribadendo che nemmeno i tanti soldi possono ovviare all’incomunicabilità. Essendo la cultura religiosa araba fonte di diritto, ritiene ovvio esercitare questa forma di amministrazione della giustizia dalle contaminazioni teocratiche non solo sulle donne, ma anche, per esempio, in diverse voci del diritto penale in cui vige la “legge del taglione” o il concetto legale di “vendetta privata”.
Possiamo convivere e fare affari con chi ha organizzato la società in siffatto modo?  Forse questa domanda se la sarebbe dovuta porre Gaetano Miccichè quando ha firmato il contratto per quattro anni con l’Arabia Saudita, portando le prossime quattro finali di supercoppa italiana in Arabia Saudita. “Pecunia non olet”, disse l’imperatore Vespasiano rispondendo alle critiche sulla tassa da lui istituita sulla raccolta delle urine nei bagni pubblici. E all’imperatore romano deve aver pensato il presidente della Lega di Serie A quando, rispondendo a un’intervista del mensile “Prima Comunicazione” (il periodico a cui tutti i potenti nostrani affidano i loro pensieri, sicuri di non essere contraddetti), ha voluto chiarire la sua pronta presa di posizione (sic) all’indomani dell’omicidio del giornalista Jamal Khassoggi: “Visto che avevamo appena firmato un contratto che prevede la disputa di tre edizioni della finale in Arabia Saudita per un corrispettivo di 7 milioni di euro l’anno, ragionando in modo non emotivo ho telefonato all’ambasciatore italiano a Riad, che mi ha detto di non vedere motivi per non giocare”. Il non emotivo Miccichè ha poi ricordato allo “sdraiato” giornalista di Prima Comunicazione, che l’ambasciatore gli “ha spiegato che l’Arabia Saudita è il Paese del Medio Oriente e Nord Africa con il quale l’Italia ha il maggior livello di scambi commerciali”. Da notare il modo perfido e sottile, tipico dei banchieri, con cui Miccichè ha rispedito al mittente le critiche levatesi, in modo abbastanza ipocrita, da tutte le forze politiche italiane. Il ragionamento dell’amico di Giovanni Malagò è evidentemente quanto segue: se non vuoi fare affari con l’Arabia Saudita per protestare in favore dei diritti delle donne o per opporti agli omicidi di stato, non te ne puoi ricordare, tu politica, solo quando questi affari li fa il calcio. Siamo, nel caso dei nostri politici e dei nostri dirigenti sportivi, alla dimostrazione pratica della teoria di Bauman di un mondo “dove nessuno è più compagno di strada ma antagonista di ciascuno”. Ma la politica italiana è rimasta quella dei comportamenti ambigui della controversa finale della Coppa Davis del 1976 con il Cile e della parziale partecipazione alle olimpiadi di Mosca del 1980. Si decide sempre di non decidere e si utilizza lo sport per rinfocolare gli scontri tra “bande” o per aumentare gli ascolti in programmi televisivi stile “Aboccaperta” del compianto Gianfranco Funari. La politica, se obbedisse alla sua mission, in occasione come queste dovrebbe ricordare a tutti noi il motivo della sua esistenza. Dovrebbe utilizzare lo sport non per fare mera polemica, ma per rideterminare la necessità di avere la grandezza di una visione. In questa visione ci dovrebbero stare i nostri valori irrinunciabili (e tra questi ci sono senza dubbio i sacrosanti diritti delle donne), il nostro modo di operare come comunità, il nostro modo di guardare al futuro condiviso. Questa rideterminazione porterebbe a sancire un solido confine invalicabile delle nostre ambizioni e delle nostre avidità, e ci metterebbe nelle condizioni di poter dire, qualche volta, basta. Chiudo sottolineando il silenzio totale del presidente federale Gravina a sancire in modo definitivo l’autorità evidente di Gaetano Miccichè e del dio denaro sul calcio. Per buona pace dei diritti delle donne e quant’altro. Per quanto mi riguarda io sono solidale con Riku Riski e anche con gli antichi greci, che interrompevano ogni loro controversia in occasione delle olimpiadi. Almeno nello sport lasciateci illudere di poter essere migliori di come spesse volte ci rappresentiamo. Magari finiamo per migliorare davvero. Anche perché dalla Francia è arrivata una buona notizia: Il Guingamp, ultimo in classifica della Ligue 1 , ha eliminato dalla Coppa di Lega il Psg, primo in classifica. Davide non ha ancora esaurito tutte le sue pietre da usare contro Golia. Auguriamoci speranza.

 

di Anthony Weatherill

(ha collaborato Carmelo Pennisi)

 

 

Per quanto mi riguarda io sono solidale con Riku Riski e anche con gli antichi greci, che interrompevano ogni loro controversia in occasione delle olimpiadi. (da IL CALCIO, L’ARABIA SAUDITA E I DIRITTI DELLE DONNE – Editoriale Di Anthony Weatherill)

 

 

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