IL CAOS TRAGICOMICO DI UNA GUERRA DISUMANA


Editoriale del 27 novembre 2018

Qualche lettore di Aristan mi ha rimproverato di aver celebrato Federico De Roberto come vertice della letteratura sulla Prima Guerra Mondiale, dimenticando “Un anno sull’altipiano”, scritto da un autore così sardo da aver fondato il Partito Sardo d’Azione. Rimedio subito, ben volentieri, perché il capolavoro di Emilio Lussu (1890-1975) rimane una lettura godibilissima e avvincente, che ha il suo punto di forza nel tono mirabilmente equilibrato di una narrazione che non pretende di essere storia né romanzo, ma solo l’asciutto rendiconto di un anno sul fronte. Ospite del sanatorio di Clavadel, per curarsi una malattia polmonare contratta in carcere, Lussu comincia a scrivere nel 1936 i ricordi di guerra del periodo che va dal giugno 1916 al luglio 1917. Nella pagina introduttiva, precisa di non avere lavorato di fantasia né di nutrire l’ambizione di un racconto esauriente di quel che era successo, ma di essersi limitato a stendere sulla pagina le memorie dei fatti che lo avevano maggiormente colpito. Senza prefiggersi uno scopo ideologico, senza una tesi da dimostrare o un messaggio da trasmettere ai lettori: una semplice testimonianza, volutamente parziale perché filtrata dalle emozioni impresse nei ricordi, di un soldato italiano nella Grande Guerra. Non un pacifista o una vittima delle circostanze, ma un interventista volontario, un ufficiale di fanteria coraggioso e pluridecorato che aveva sinceramente creduto nel valore militare ed era disposto a dare la vita per la patria. Con una scrittura asciutta e lucidissima, Lussu rifugge non solo dal facile sentimentalismo, ma anche da qualsiasi scontata riflessione sulla bruttezza della guerra. Lascia parlare i fatti attraverso la sua voce narrante di protagonista-osservatore, piuttosto defilato come coscienza critica degli avvenimenti e molto abile invece a tratteggiare con pochi tocchi personaggi indimenticabili e aneddoti di potente incisività. Evitando di strutturare con pedantesca cronologia la storia della Brigata Sassari sull’Altipiano di Asiago, organizza efficacemente la narrazione attraverso una catena di episodi significativi, mantenendo sempre un tono di perfetta sobrietà. Non permette che il distacco temporale nobiliti nella memoria lo stato d’animo del soldato, sempre ossessionato da un unico istinto: quello di salvare la pelle. Non si sforza di precisare date e orari, perché nelle lunghe attese e nei concitati assalti va perduta la cognizione del tempo. Delle battaglie non ricostruisce a posteriori inesistenti strategie, ma ne descrive il caos disperato e tragicomico dove capita di spararsi addosso fra compagni o catturare un prigioniero e scoprire che è dei nostri. I momenti più brutti della guerra sono quelli delle ore che precedono il combattimento e i più belli quelli in cui arriva l’ordine di sospenderlo. Su tutto domina il forte odore del cognac, che esala sia dal campo austriaco che dalle borracce degli italiani, unica difesa dal terrore e fonte di coraggio durante gli assalti. Le pagine che raccontano la grottesca ottusità del generale Leone, la morte del tenente Mastini, la filosofia alcolica del tenente colonnello di Stoccaredo o la micidiale feritoia n.14 descrivono il sanguinoso orrore della vita in trincea con secca autenticità, ritmo e ironia. La freschezza e la verità sono quelle di un classico. Con l’andatura epica di un bellissimo western, che non ha bisogno della retorica o della polemica per rappresentare l’assurda disumanità delle battaglie.

Fabio Canessa

Preside del Liceo Olistico Quijote

 

Su tutto domina il forte odore del cognac, che esala sia dal campo austriaco che dalle borracce degli italiani, unica difesa dal terrore e fonte di coraggio durante gli assalti (da IL CAOS TRAGICOMICO DI UNA GUERRA DISUMANA – Editoriale di Fabio Canessa)

La trincea (1961) sceneggiato da Giuseppe Dessì e ispitrato a Un anno sull’altipiano di Emilio Lussu

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