IL CINEMA ITALIANO AFFONDA NELLA LAGUNA


Editoriale del 8 settembre 2020

 Ci credereste mai che Luigi Lo Cascio, da vecchio, sarà Silvio Orlando? E, peggio ancora, che Laura Morante da giovane era Alba Rohrwacher? Eppure la scelta dissennata del regista Daniele Luchetti è stata proprio quella di far interpretare i medesimi personaggi a questi attori così differenti nell’aspetto, nella voce, nella gestualità, nel carattere. Non contento di una simile baggianata, Luchetti nella sceneggiatura alterna il passato e il presente, costringendo lo spettatore al confronto continuo tra i quattro attori (ai quali in verità non si può rimproverare niente perché fanno del loro meglio, in una situazione così incresciosa). Il film è intitolato “Lacci” e purtroppo è stato scelto per inaugurare la Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia. D’Arte. E soprattutto Internazionale (fosse stata solo italiana, vabbè). Implausibile già per l’errore di casting, l’operina, tratta da un romanzo di Domenico Starnone che non abbiamo letto (né, a questo punto, leggeremo), è poi un disastro per come si impegna a snocciolare tutti gli stereotipi del cinema italiano sulla crisi di coppia: Lo Cascio lascia la moglie Rohrwacher e i due figli per scappare con l’amante, scene madri (litigi, berci, zuffe, tentati suicidi) tra i due, tra la moglie e l’amante, tra lui e l’amante, tutto sotto lo sguardo sofferente e smarrito dei bambini, poi dopo molti anni Lo Cascio si pente e torna in famiglia, diventa Orlando che continua a litigare con la ex-Rohrwacher ora Morante, mentre i figli ex-bambini e ora Giovanna Mezzogiorno e Adriano Giannini si lamentano e si ribellano (non riveliamo come, vi capitasse di vederlo) per la vita di merda passata coi genitori. Fine. Tutti i personaggi sono schematici e antipatici, i dialoghi sono banali, prevedibili e ripetitivi (tanto che in un paio di sequenze il regista preferisce silenziarli, inquadrando da lontano e mettendoci sopra la musica), tutto sa di inautentico, fasullo, improbabile come l’alternarsi degli attori. Non c’è un briciolo di verità o naturalezza, solo cascami e cliché, vuota retorica gridata. Per dire poi che cosa? Che i mariti sono vili e opportunisti, le mogli rompicoglioni e vendicative. Se uno scappa con l’amante, sbaglia perché è un egoista fedifrago e i figli soffrono; se invece torna in famiglia sbaglia lo stesso, perché la minestra riscaldata si irrancidisce tra rimpianti e ripicche, e i figli soffrono ancora di più. Per cui non c’è scampo: se la fuga è una mascalzonata da irresponsabili, la famiglia resta una trappola infernale. I lacci del titolo (riferito a un modo di allacciarsi le scarpe che il padre insegna al figlio) sono una maledizione in qualsiasi verso li si leghi. Il problema è che noi umani siamo fatti male, come questo film. Lo diceva un vecchio proverbio toscano: quanto bisogna patì prima di morì. Anche qui a Venezia, se il biglietto da visita della Mostra è un tale infortunio.

dal nostro inviato a Venezia Fabio Canessa 

 

 

I lacci del titolo (riferito a un modo di allacciarsi le scarpe che il padre insegna al figlio) sono una maledizione in qualsiasi verso li si leghi. Il problema è che noi umani siamo fatti male, come questo film (dal nostro inviato a Venezia Fabio Canessa)

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