IL CUGINO DI TEDDY RENO


Editoriale del 2 maggio 2015

Sono convinto che la lettura dei giornali cartacei sia di gran lunga preferibile a quella via Internet. Che, in questi giorni, ci informa sui risultati delle elezioni, sulla terribile strage romana dell’auto dei rom, sulle indagini riguardo la tragedia dello studente padovano precipitato dalla finestra di un hotel milanese. Tutti argomenti che avrei trattato volentieri in questo editoriale. Ma preferisco, da lettore onnivoro e curioso quale sono, condividere con voi la chicca inedita, scovata nella rubrica della posta del Giornale del 24 maggio (purtroppo irrecuperabile nell’edizione in rete): una lettera di sublime godimento. A scriverla è tal Bruno Ricordi, che si dichiara cugino di Teddy Reno. Rendo edotti i lettori che abbiano meno di 97 anni, che Teddy Reno è lo pseudonimo di Ferruccio Ricordi, cantante noto negli anni Cinquanta per la deliziosa “Piccolissima serenata” (noi totologi lo ricordiamo soprattutto per la sua partecipazione all’indimenticabile capolavoro “Totò, Peppino e la malafemmina”, quello della famosa lettera) e in seguito per aver sposato Rita Pavone, anche lei ormai semisconosciuta agli under 80. Bruno dichiara di aver visto recentemente in tv un’intervista al cugino. Buona notizia, perché intanto certifica che Teddy Reno è ancora vivo, fatto che non avremmo dato per scontato. Già saremmo contenti così. Ma Bruno ci sorprende piacevolmente dando schiettamente del cafone al cugino. Perché? Perché durante l’intervista il novantenne Teddy-Ferruccio indossava un cappello. Vergogna, tuona indignato Bruno, i nostri genitori (il padre di Bruno e suo fratello, padre di Teddy Reno) ci hanno sempre insegnato quanto sia maleducato tenere il cappello sulla testa in pubblico. La serissima reprimenda, senza ombra di ironia, è davvero potente per la carica di indignazione, neanche Teddy Reno fosse finito nella lista degli impresentabili di Rosy Bindi. Poi cambia bruscamente registro, si complimenta con il cugino per i suoi successi (l’ultimo dei quali risale però a circa sessant’anni fa) e chiude in grande stile salutandolo affettuosamente. Allo stupore della nostra prima reazione (“Ma allora Teddy Reno non è morto!”) segue allora un’altrettanto stupefatta domanda: “Ma non poteva fare una telefonata al cugino, invece di scrivere una lettera al Giornale?”. No, preferisce sputtanare il parente novantenne in pubblico per un’intemerata moralistica degna di miglior causa (che crimine sarà mai portare il cappello durante un’intervista?) e poi si congratula con lui. Fantastico! Sarò pure un sentimentale, ma la lettera di Bruno Ricordi al Giornale la aggiungerei volentieri all’elenco delle cose per cui vale la pena vivere, stilato da Woody Allen in “Manhattan”.

Fabio Canessa
preside del Quijote, Liceo Olistico di Aristan

COGLI L’ATTIMO

 

da Manhattan (1979) scritto, diretto e interpretato da Woody Allen

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