IL GENIO DELLO SWING


Editoriale del 4 giugno 2019

Chissà come sarà stato il funerale di Leon Redbone, morto a 69 anni pochi giorni fa in un ospedale della Pennsylvania? Ci piace immaginare un corteo da street parade con trombe e tromboni, chitarre e banjo, batterie e tamburi, sax e piano ad accompagnare il caro estinto nel Paradiso degli artisti sulle note della sua fantastica “Wanna go back again blues”. Perché Leon Redbone è stato uno dei musicisti più geniali, eclettici ed eccentrici della tradizione americana. Un maestro capace di trasformare qualsiasi cosa cantasse o suonasse in un sound trascinante dallo swing inconfondibile: una miscela di jazz, blues, ragtime, folk, country, bluegrass e canzone classica shakerata con tecnica impeccabile, una buona dose di ironia e un retrogusto di malinconica nostalgia. Un personaggio leggendario, per l’aura segreta di cui si è ammantato, rilasciando pochissime interviste e alimentando la fama di tipo bizzarro, enigmatico e riservato. In tutte le foto e in tutte le copertine dei suoi album (dove è ritratto sempre disegnato come un personaggio dei fumetti) appare con cappello panama, occhiali scuri e baffoni spioventi, quasi un sosia di Groucho Marx. Lo scoprì Bob Dylan, che lo ascoltò per caso a Toronto negli anni Settanta e ne rimase così entusiasta che al giornalista di “Rolling Stone” che lo intervistò il giorno dopo disse meraviglie di Redbone anziché parlare di sé. Solo molto più tardi si scoprì che Leon Redbone era lo pseudonimo di un nome più improbabile di qualsiasi pseudonimo: Dickran Goballan. Fino ad allora aveva dichiarato di chiamarsi James Hokum e di essere nato nel 1910 a Shreveport. Invece era di origine armena, nato a Cipro nel 1949 da genitori di Gerusalemme, poi trasferitosi a Londra e infine approdato in Canada. Ci ha lasciato una ventina di album, tutti imperdibili. Il suo capolavoro è probabilmente “From branch to branch” (1981), ma anche il recente “Flying by” (2014) è una delizia che ha stazionato per anni nel lettore cd della mia auto, accompagnandomi in giro con un groove esaltante, per non parlare dello strepitoso “Christmas Island” (1987), che ascoltavo a ripetizione per interi pomeriggi. La voce profonda e swingante, ironicamente languida, contraddistingue il suo stile insieme sofisticato e popolare, virtuoso e umoristico, paragonabile per certi versi a un Frank Zappa delle radici (li uniscono pure chitarra e baffi), per altri a una versione americana di Paolo Conte, con il quale condivide la passione per la musica degli anni Venti, Trenta e Quaranta. Godetevi perle come “Seduced” (che fu colonna sonora di un film con Nick Nolte) oppure “Mama’s got a baby named Te Na Na”, impossibile da ascoltare tenendo ferme le gambe. Come i suoi amici Tom Waits e Dr. John, era un bianco che, tuffatosi nella musica nera del sud (Louisiana e Mississippi), ne è riemerso con un diamante di swing purissimo, splendida concrezione di sound black e raffinato songwriter bianco.

Fabio Canessa (Preside del Liceo Olistico Quijote di Aristan)

“Perché Leon Redbone è stato uno dei musicisti più geniali, eclettici ed eccentrici della tradizione americana. Un maestro capace di trasformare qualsiasi cosa cantasse o suonasse in un sound trascinante dallo swing inconfondibile: una miscela di jazz, blues, ragtime, folk, country, bluegrass e canzone classica shakerata con tecnica impeccabile, una buona dose di ironia e un retrogusto di malinconica nostalgia.” Da IL GENIO DELLO SWING – Editoriale di Fabio Canessa

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