IL GIORNO FINISCE PRESTO


Editoriale del 24 marzo 2020

L’irruzione prepotente della morte in una società che ha fatto di tutto per rimuoverla e nasconderla è il vero shock provocato dal coronavirus. Ed è anche il tema ricorrente nelle opere di un maestro del cinema come Ingmar Bergman (il cui attore prediletto, lo straordinario Max Von Sydow, è morto la settimana scorsa). Fin da giovanissimo, quando, prima di diventare regista cinematografico, scriveva, dirigeva e recitava per il teatro. Pochi conoscono “Il giorno finisce presto” (già il titolo è un memento mori), un dramma scritto da Bergman nel 1947, mai rappresentato in Italia ma pubblicato anni fa da Iperborea. La storia di una vecchietta sconosciuta, che si presenta in casa di una pittrice quarantenne e le comunica che morirà il giorno dopo, contiene in nuce tutte le ansie, le domande, la fragilità e le insicurezze che agitano questi nostri giorni. Messa sbrigativamente alla porta, la vecchietta lascia nella pittrice Jenny il seme di un’ossessione che la turba e che la spinge a vivere appassionatamente, fra errori e goffaggini, il suo presunto ultimo giorno di vita. Sapremo poi che l’anziana signora ha fatto visita ad altre persone per recapitare il medesimo messaggio e il clima del dramma si riempie di paura, come un “cattivo odore” che sparge l’angoscia. Quanto basta per sollevare gli interrogativi esistenziali di sempre, per fare un bilancio di vite vacue, per meditare sull’egoismo e sul silenzio di Dio. Jenny si sente “un personaggio indifferente nello spaventoso dramma dell’indifferenza”, un essere che ha “fluttuato attraverso la vita senza mai andare a sbattere contro nulla, senza conflitti, senza motivi di gioia o di dolore”. Ritratta sul modello di un personaggio di Hugo von Hofmannsthal, cerca di aggrapparsi alla vita quando essa le sta sfuggendo e, in cerca di amore, mette a nudo se stessa di fronte al prossimo. La “futilità delle giornate” le appare ora come il “più spaventoso dei crimini” e la visita della vecchia non è stata inutile, se adesso tenta di liberarsi dalla mediocrità, raccogliendo però solo “un mucchio di sudiciume”. Poi le cose prendono una piega strana: il medico di un manicomio riunisce tutti i presunti morituri per tranquillizzarli, spiegando loro che si tratta di una vecchia pazza, fuggita dalla clinica in preda a deliri. Ma essi non fanno in tempo a confortarsi che arriva la notizia della morte, sotto un tram, di uno di loro. E il finale si tinge di metafisico. Asciutto e tagliente, il dramma non sente il peso degli anni: scandaglia la paura di vivere e di morire, sferza la pigrizia di un’esistenza inerte e condensa il suo significato in una bellissima parabola sulla lotta fra Dio e il Diavolo, che insegna la necessità di credere in qualcosa e l’importanza di assumersi le proprie responsabilità. 

Fabio Canessa (Preside del Liceo Olistico Quijote di Aristan)

 

L’irruzione prepotente della morte in una società che ha fatto di tutto per rimuoverla e nasconderla è il vero shock provocato dal coronavirus. Ed è anche il tema ricorrente nelle opere di un maestro del cinema (da IL GIORNO FINISCE PRESTO – Editoriale di Fabio Canessa)

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