IL LABIRINTO DEL REALE


Editoriale del 5 dicembre 2014

“Alzai gli occhi alla finestra del piano superiore e vi scorsi un signore dall’aspetto florido e bonario e dai capelli grigi, il quale mi strizzò l’occhio in modo grottesco, mi fece più volte ‘sì, sì’ con la testa, mi fece altrettante volte ‘no, no!’, rise, e se ne andò”. La fulminante entrata in scena del signor Dick fra le pagine di “David Copperfield” sintetizza genialmente quale sia il vertice della condizione umana per Charles Dickens: lo scemo del villaggio. Nella sua fluviale produzione romanzesca il ruolo positivo è sempre affidato a uno sciocco di fanciullesca innocenza che passa indenne attraverso i dolori e gli inganni della vita, con una scorta di saggia follia che lo salva dalle tempeste del mondo. Come il mentecatto Barnaby Rudge del romanzo omonimo o il Tim di disarmante infantilismo di “Martin Chuzzlewitt” o il capitano Cuttle di “Dombey e figlio”, il signor Dick ha il privilegio di contenere nel suo cervello una confusione così caotica che, al confronto, il complicato labirinto del reale diventa la strada in cui abitiamo. Una sorta di cura omeopatica che fa da antidoto alle assurdità della vita, dal momento che i procedimenti mentali del ragionamento seguono vie molto più assurde. Così il signor Dick non sa capacitarsi di come sia possibile che il mondo sia a tal punto “un vero manicomio” da aver commesso l’errore di aver travasato nella sua testa la confusione che c’era in quella di re Carlo I, decapitato nel 1649. E’ questa l’unica logica che gli eroi di Dickens usano per raggiungere la felicità. E’ bene ricordarlo quest’anno, in cui si commemora il bicentenario della nascita dell’immortale papà di “Oliver Twist”, non a caso ammiratissimo da un cultore dell’assurdo come Franz Kafka. Talmente universale da saper trasfigurare poeticamente il vecchio detto toscano “Buon per te che non capisci nulla”.

Fabio Canessa
preside del Quijote, Liceo Olistico di Aristan

COGLI L’ATTIMO

 

da Amarcord è un film del 1973 diretto da Federico Fellini

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