IL PRIMO HORROR MONDIALE


Editoriale del 13 novembre 2018

Esattamente cento anni e due giorni fa si concludeva la prima guerra mondiale. Sui giornali e sul web molti ricordi, dibattiti, polemiche: il Piave ha fatto l’identità degli italiani, no nessuna guerra fa nascere una nazione, va festeggiata la vittoria, no non c’è niente da festeggiare perché fu un’inutile strage. Tra i sostenitori di quest’ultimo parere, molti citano, oltre a “La grande guerra” di Monicelli, “Torneranno i prati” di Olmi, tratto da uno sconvolgente racconto di Federico De Roberto: “La paura”. Che avrebbe potuto intitolarsi, come un celebre horror di Wes Craven, “Le colline hanno gli occhi”. A suo modo, è un horror anche il racconto, come dimostra l’incipit fulminante: “Nell’orrore della guerra l’orrore della natura”. Siamo nelle trincee della desolata Valgrebbana, “uno scenario da Sabba, la porta dell’Inferno”. Lo squallore del paesaggio incornicia lo spossamento dei soldati, costretti a un’“inerzia snervante, quella sospensione nel vuoto, lo stillicidio di quel tedio”, nel disagio di una condizione marcescente. Per cui c’è chi si augura piuttosto la battaglia, il pericolo, “le avanzate contro il fuoco nemico”. Se ne pentirà quando la situazione stagnante esplode in una tragedia metafisica, e, per l’appunto, i sassi del brullo panorama “mettono gli occhi”, con la cima del monte che si accende “come la bocca di un vulcano”: un cecchino nemico, invisibile e implacabile, uccide uno per uno tutti i soldati che cercano di raggiungere un punto di vedetta lasciato incustodito. Il tenente Alfani non può disubbidire all’ordine di insistere nel tentativo e, a malincuore, vede cadere sotto il fuoco i poveri fanti, diretti consapevolmente a un destino di morte. La secchezza di una scrittura asciutta, che mescola i vari dialetti dei soldati alla lucida narrazione della mattanza, immette il lettore nell’incubo della paura. Che non è la paura di morire in battaglia, eroi di un’azione gloriosa, ma quella della certezza di andare incontro ottusamente a una stupida esecuzione: “se la morte è acquattata, vigile, pronta a balzare e a ghermire; se bisogna andarle incontro fissandola negli occhi, senza difesa, allora i capelli si drizzano, la gola si strozza, gli occhi si velano, le gambe si piegano, le vene si vuotano, tutte le fibre tremano, tutta la vita sfugge”. Fra i corvi che volteggiano sul mucchio di cadaveri e lo straziante lamento dei feriti irraggiungibili, la “lenta, metodica e inutile strage” consuma la propria terribile ritualità. E il colpo d’ala finale aggiunge un ultimo brivido di sgomento. Già elogiato come uno dei vertici dell’opera di De Roberto da un critico come Luigi Russo, che lo definì la “catastrofe dello scetticismo dello scrittore”, il racconto trasfigura il crudo realismo nella pura negatività della sofferenza umana. E ci sembra la lettura più adatta, sganciata da qualsiasi intenzione ideologica o analisi storica, per celebrare il centenario e ricordare quei caduti. Perché De Roberto avvicina il più possibile il lettore a immedesimarsi nelle vittime al macello e con la letteratura lo sfida a sostenere la vertigine della Medusa. Certo, non siamo al fronte mirati dal cecchino, ma è più decente immergerci in queste pagine che nelle chiacchiere degli storici da talk show.

Fabio Canessa
Preside del Liceo Olistico Quijote

”. Lo squallore del paesaggio incornicia lo spossamento dei soldati, costretti a un’“inerzia snervante, quella sospensione nel vuoto, lo stillicidio di quel tedio”, nel disagio di una condizione marcescente (da IL PRIMO HORROR MONDIALE – Editoriale di Fabio Canessa)

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