IL RAGAZZO IN SOFFITTA


Editoriale del 12 GENNAIO 2016

“Chi è che sceglie le persone per scaraventarle dentro una storia orrenda?”, si chiede l’incipit del libro che vi invitiamo a leggere per cominciare bene il 2016. La risposta è: Pupi Avati. Che esordisce nella narrativa con un romanzo sorprendente, da scrittore maturo, riuscendo a riepilogare molti temi dei suoi film e a regalare loro una freschezza inedita grazie a un plot avvincente perfettamente oliato. Se Avati scaraventa i suoi personaggi in una storia orrenda è per il loro bene: “il bene che vuoi alle persone che stanno male è diverso da quelle che poi stanno bene”.
Allo stesso modo il giovane protagonista Dedo racconta storie paurose al fratellino disabile, nonostante i medici gli abbiano raccomandato di non farlo, “perché gli voglio più bene io”. La predilezione di Avati per i perdenti, gli umili, i vinti, costante in tutto il suo cinema, tocca il vertice dell’emozione con “Il ragazzo in soffitta” (edito da Guanda), storia dell’amicizia adolescenziale tra il bolognese Dedo e il triestino Giulio, trasferitosi a Bologna nel medesimo condominio dell’altro. La storia diventa orrenda quando i due amici scoprono, attraverso le notizie in rete, che il padre di Giulio è un mostro che ha trascorso gran parte della vita in galera per l’omicidio di due bambine e adesso è arrivato a vivere con moglie e figlio, all’ultimo piano di quel condominio bolognese.
Il male, con tutto il suo ribrezzo e la sua fascinazione, penetra allora nella vita dei due amici, delle loro famiglie, dei condomini e dei conoscenti: Dedo. tra l’imbarazzo e l’orrore, combatte tra la voglia di proteggere l’amico e il disagio per la presenza minacciosa di quell’orco nel suo palazzo; Giulio, sentendosi un reietto, sperimenta sulla sua pelle la sofferenza atroce della “storia disumana” rovesciataglisi addosso e l’umiliazione irrimediabile del disprezzo del prossimo (e perfino di se stesso).
Nel frattempo il lettore ha familiarizzato con un’altra storia, quella del giovane Samuele nella Trieste degli anni Ottanta, che si alterna nei capitoli del libro a quella nella Bologna di oggi. La sua è la storia di una vocazione mancata e di un amore infelice: vorrebbe diventare, per compiacere la madre, un grande violinista (ma non ne ha il talento) e possedere la moglie giovane e bella del suo insegnante di violino (ma non è corrisposto).
Anche Samuele è attratto dalla paura: benché (o forse proprio perché) la senta collegata alla malattia e al peccato, la paura è addirittura “il suo unico alimento, quello che lo rivitalizzava” e spia con avida curiosità i cavalli morenti, gli “scorci in penombra della casa”, le fessure, i bisbigli, i gemiti. “Era da quella parte buia ma brulicante della vita che gli provenivano gli spifferi che lo confermavano nella sua unicità”. Così anche Avati scruta nel mistero, spia la morte, ci fa provare l’odore “acido” della paura e scaraventa pure i lettori dentro una storia orrenda, come già ha fatto nel buio delle sale cinematografiche con horror da culto (“La casa dalle finestre che ridono”, “Zeder”) e struggenti capolavori (“Il papà di Giovanna”, “Una sconfinata giovinezza”).
Numerosi sarebbero i rimandi alla filmografia avatiana per gli amori non corrisposti (“Festa di laurea”), l’amicizia tradita (“Regalo di Natale”), la vocazione musicale negata (“Ma quando arrivano le ragazze?”), l’atmosfera sinistra della soffitta (“Il nascondiglio”), l’interesse per le psicologie instabili (“Bix”), lo scandaglio sensibile dei traumi dell’adolescenza (“Il bambino cattivo”), il rapporto difficile con la figura paterna (“Un ragazzo d’oro”). Ma il romanzo amalgama e trasfigura questi temi in un meccanismo tutto letterario, governati dal sapiente montaggio narrativo e da una scrittura in grado di mantenere in equilibrio i soprassalti dell’intreccio del thriller e quelli dell’intimo dei cuori giovanili, i fatti polizieschi e le emozioni psicologiche, strazio e ironia, l’arcano fascino del mistero e la spietata brutalità della vita. Sciogliendo il tutto in un finale strepitoso che raccorda le due storie.
Non roviniamo niente a rivelare che Samuele altri non è che il padre di Giulio, perché il lettore lo capisce presto, ma la sorpresa finale è un colpo d’ala del tocco poetico di Avati, un affabulatore magistrale che ci spaventa perché considera la paura uno strumento di conoscenza e uno scavo di umanità. E’ grazie alla paura dell’orco, di quel padre mostro, che Dedo capisce di essere implicato indissolubilmente nella vita dell’amico Giulio, “che le nostre storie si sono appiccicate e che non so più staccare la mia…
Scopro che soprattutto voglio bene alla sua enorme paura”. Ecco l’insegnamento di Avati: per voler bene a qualcuno bisogna volere bene alla sua paura. Guai a ritrarsi inorriditi di fronte alle sgradevoli sorprese della vita, a evitare schifati chi è caduto in disgrazia, a considerare il mostro un’inspiegabile e indecente variante abortita della nostra rispettabile specie.
Solo guardando l’orco nel profondo potremo sondare la nostra vera umanità. E volerci bene.

Fabio Canessa
preside del Quijote, Liceo Olistico di Aristan

COGLI L’ATTIMO

 

da La casa dalle finestre che ridono è un film del 1976 diretto da Pupi Avati. Con Lino Capolicchio

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