IL SENSO DEL TINGO


Editoriale del 16 marzo 2021

Se “il lessico è la lente con cui si guarda la realtà” e la realtà è assurda, non c’è niente di meglio per entrare dentro gli arzigogoli del linguaggio come “Il senso del tingo”, bizzarra antologia di stravaganze lessicali. L’autore è Adam Jacot de Boinod, ricercatore di un quiz televisivo della Bbc, appassionatosi ai ghiribizzi dei vocabolari il giorno in cui ha scoperto che l’albanese possiede ventisette termini per indicare le sopracciglia. Ha finito così con il compilare una raccolta strabiliante di parole straordinarie, collezionate da tutte le lingue del mondo, per la gioia dei glottologi e lo spasso di qualsiasi lettore incline al gusto di concepire l’universo linguistico come un bislacco luna park della comunicazione. Un libro che, in zona rossa, vi farà volare le ore passate in casa e, in zona bianca, catalizzerà l’attenzione dei vostri amici in un dopocena. Quando scopriranno che in persiano “nakhur” significa “femmina di cammello che non dà latte se non le si solleticano le narici” e in giapponese “tsji-giri” designa l’operazione, eticamente disinvolta, di “provare la spada nuova su un passante”. Tutto vero e rigorosamente documentato, perché è il frutto di un lavoro immane da topo di biblioteca, che ha consultato centinaia di dizionari, setacciando oltre due milioni di vocaboli. Il titolo deriva da un termine rapa nui, “tingo”, dall’incredibile significato “prendere in prestito un oggetto dopo l’altro dalla casa di un amico fino a svuotargliela”. Il divertimento colto si trasforma in un’ossessione in grado di contagiare come una variante benefica del covid il lettore, che esce da questo originalissimo libro senza fiato, ma arricchito e pensieroso. Se è vero, come sostiene il dotto compilatore, che ogni due settimane si estingue una lingua, questo repertorio va ben oltre la curiosità gratuita. C’è alla base una sacrosanta sensibilità per la morte delle parole, che non sono solo suoni, ma visioni del mondo, fondamenti dell’identità umana. Molti lemmi si riferiscono a contesti strettamente connessi alle culture e alle pratiche dei luoghi, come l’hawaiano “kapau’u”, che significa “dirigere i pesci verso l’apposita rete sferzando l’acqua con una fronda”, ma la maggior parte interpreta invece sentimenti universali, che magari solo una lingua in tutto il mondo è riuscita a sintetizzare in un vocabolo. È il caso del giapponese “bakkushan”, che indica una donna che ti sembra bella finché la vedi da dietro, ma quando si volta… Oppure del tedesco “Torschlusspanik”, il “panico da chiusura di porte”. In altri termini, la paura kierkegaardiana di avere meno occasioni più passa il tempo. Come, appunto, accade con le lingue che scompaiono.

FABIO CANESSA (Preside del Liceo Olistico Quijote)

 

“L’autore è Adam Jacot de Boinod, ricercatore di un quiz televisivo della Bbc, appassionatosi ai ghiribizzi dei vocabolari il giorno in cui ha scoperto che l’albanese possiede ventisette termini per indicare le sopracciglia.”
Da IL SENSO DEL TINGO – Editoriale di Fabio Canessa (Preside del Liceo Olistico Quijote)

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