IL SIGNOR DIAVOLO


Editoriale del 20 agosto 2019

Tutti al cinema, per salire sulla macchina del tempo di Pupi Avati, che ci trasporta nell’Italia del 1952, quando un bambino ha ucciso un coetaneo, affermando che fosse il diavolo. Nell’Italia di don Camillo e Peppone, la fantasia visionaria di Avati si scatena spudoratamente in un horror dagli ingredienti nostrani in salsa gotica: mescolando sacro e profano, preti ambigui e bambini disturbati, inserendo lampi metafisici nella concretezza materiale della campagna veneta, semina dubbi e sospetti, popola di inquietanti presenze fantasmatiche la quotidianità casalinga e scolastica, riveste innocenti giochi d’infanzia di morbosi retroscena e ci mette una paura del diavolo. Nonostante il gran caldo di questi giorni, a procurarvi brividi freddi ci penserà “Il signor Diavolo”, il quale prevede un’ostia della prima comunione che finisce calpestata e un’altra addirittura inghiottita da un maiale insieme al pastone, una fionda giocattolo che lancia un sasso omicida, una neonata uccisa a morsi dal fratellino, un bambino morto che sembra tornare dall’aldilà e altre diavolerie. Inedito è il contesto dal quale emerge la paura: non trasferita in un isolato maniero inglese né circoscritta entro i logori cliché della casa infestata o del cimitero maledetto. L’orrore potenzia la sua forza evocativa perché ha l’epicentro in quell’Italia rurale nella quale Mario Soldati girava in quegli anni il suo celebre viaggio televisivo cultural-gastronomico. I personaggi non sono esotici e misteriosi figuri dal passato oscuro, ma la versione perversa di quelli di Guareschi. La presenza del signor Diavolo non è collocata in un altrove fantastico, ma nel cuore dell’Italia più tradizionalmente familiare e rassicurante, con i campi da coltivare e i riti sacri del cattolicesimo, gli impiegati del ministero, il parroco, la suora e il sagrestano. I mattoni della commedia all’italiana assumono forme macabre, la buona campagna del Mulino Bianco si vela di echi diabolici, il protagonista cialtrone ci comunica il disagio di dover interpretare il ruolo dell’eroe, per il quale è clamorosamente inadeguato. E lo spettatore, portato per mano in una implacabile discesa agli inferi, si trova imprigionato in un finale nerissimo, in tutti i sensi. Se possibile, ancora più devastante di quello di “La casa delle finestre che ridono”, che è, tra i suoi film, il più affine a questo. Guai rivelare di più, ma ogni racconto avatiano è il racconto di uno smacco, la registrazione di un ineluttabile fallimento, l’epopea di un perdente. Stavolta senza il conforto della nostalgia, senza il balsamo dell’ironia o il languore della malinconia. Solo il piacere di spaventare a morte innestando Satana nelle radici dell’Italia contadina

Fabio Canessa
Preside del Liceo Olistico Quijote di Aristan

La presenza del signor Diavolo non è collocata in un altrove fantastico, ma nel cuore dell’Italia più tradizionalmente familiare e rassicurante, con i campi da coltivare e i riti sacri del cattolicesimo, gli impiegati del ministero, il parroco, la suora e il sagrestano(da IL SIGNOR DIAVOLO – Editoriale di Fabio Canessa)

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