IL TRIONFO DELLA MORTE (A PROPOSITO DI EPIDEMIE)


Editoriale del 27 ottobre 2020

Nella sua “Cronica” duecentesca, il francescano Salimbene de Adam racconta di essere rimasto ammaliato, elemosinando per le vie di Pisa con uno strano compagno, dalla vista di un bellissimo giardino. Piante frondose, leopardi e altre bestie esotiche, ragazzi e ragazze danzanti, vestiti splendidamente, che suonavano dolcissime melodie con strumenti di ogni tipo. I due fraticelli a stento riescono ad allontanarsi da questa incantevole oasi di gioia e serenità. Quando, subito dopo, lo strano frate scompare all’improvviso, Salimbene sospetta che il diavolo se lo sia portato via e intuisce l’origine malefica della potente allucinazione. La tentazione demoniaca è rappresentata dall’allegoria di un giardino insieme affascinante e insidioso, palesemente inverosimile (i leopardi nel centro di Pisa) nella sua potenza suggestiva. Il tema del giardino come pericoloso “locus amoenus” della società cortese è stato studiato da Lucia Battaglia Ricci in un appassionante saggio, “Ragionare nel giardino”, edito da Salerno, partendo dall’affresco del Trionfo della Morte nel Cimitero Monumentale di Piazza dei Miracoli a Pisa. Considerato uno dei momenti più alti della pittura medievale, l’affresco pisano, commissionato dai domenicani, esalta la vita ascetica degli eremiti e la contrappone all’effimero godimento della nobiltà cortese, rappresentata da una splendida cavalcata di dame e cavalieri, che incontra sul suo cammino tre morti. Al centro, una montagna di cadaveri che esalano dalle bocche le loro anime, raffigurate come bambini nudi. Queste anime-bambini sono afferrate da diavoli o angeli e gettate nel fuoco infernale di un vulcano sulla sinistra o condotte nel Paradiso celeste, in alto a destra. In basso, al centro, un gruppo di storpi e malati invoca invano la morte. Sempre in basso, a destra, in un bellissimo giardino cinto di aranci, dieci giovani (sette donne e tre maschi) suonano, cantano, parlano e si guardano languidi. La scena è stata sempre letta come una citazione del Decameron di Giovanni Boccaccio: un omaggio alla cornice delle novelle, nella quale la lieta brigata, per sfuggire la peste fiorentina del 1348, si ritira in una villa in collina fino alla fine dell’epidemia, raccontandosi ogni giorno dieci storie. Prendendo le mosse dalla nuova datazione dell’affresco (in precedenza ipotizzata nella seconda metà del Trecento e oggi invece fissata da Luciano Bellosi intorno al 1336) e dall’ipotesi (sempre di Bellosi) che la mano che affrescò il Trionfo sia stata quella del pittore Buffalmacco (amico di Boccaccio e protagonista delle memorabili novelle nelle quali si prende gioco del collega Calandrino), Lucia Battaglia Ricci riprende i termini della questione. E cerca di dimostrare, con forti argomentazioni, come la lettura della innegabile relazione tra le due opere vada rovesciata. Facendo dialogare fra loro il testo letterario del Boccaccio e quello figurativo del presunto Buffalmacco, ha innanzitutto il merito di abbattere gli steccati fra discipline diverse per comprendere meglio i movimenti di opinione e i frutti artistici di un periodo storico che ha gettato le basi della nostra cultura. E finisce col portare molte prove a vantaggio della sua tesi: l’affresco pisano sarebbe una fonte del capolavoro di Boccaccio. Lo scrittore, ammirato il dipinto, ne avrebbe capovolto il significato: i dieci giovani nel giardino, minacciati dalla dannazione nell’affresco, didatticamente religioso, sarebbero diventati invece, nella visione laica del Decameron, il simbolo del potere salvifico della letteratura, che vince la morte. La medesima operazione che Boccaccio avrebbe concepito nei riguardi di Dante, sottotitolando il Decameron “Prencipe Galeotto”, per attribuire un segno positivo al diabolico marchio d’infamia assegnato nel V canto dell’Inferno alla letteratura cortese.
Fabio Canessa (Preside del Liceo Olistico Quijote di Aristan)

“L’affresco pisano, commissionato dai domenicani, esalta la vita ascetica degli eremiti e la contrappone all’effimero godimento della nobiltà cortese, rappresentata da una splendida cavalcata di dame e cavalieri.”
Da IL TRIONFO DELLA MORTE (A PROPOSITO DI EPIDEMIE) – Editoriale di Fabio Canessa (Preside del Liceo Olistico Quijote di Aristan)

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