INNI


Editoriale del 3 settembre 2014

Ma tra tante riforme istituzionali, non si potrebbe anche cambiare l’inno nazionale? Giusto per non vergognarci più, quando arrivano Mondiali di calcio e Olimpiadi, di un testo nato già vecchio, che ancora ci stringe a coorte ed esalta Scipione l’Africano (che sparse sale su Cartagine, manco fosse una bistecca: oggi lo diremmo un criminale di guerra). Quest’anno, in Brasile, “Fratelli d’Italia” ha smesso presto di suonare, e così i cultori del genere hanno potuto dedicarsi agli inni di altri Paesi. Lo spirito pre-hollywoodiano di quello Usa, con la bandiera stelle e strisce che riappare all’alba, dopo la battaglia, lì dove l’avevamo salutata al tramonto. Puro cinema. I portoghesi nostalgici dell’epoca dei navigatori, e infatti oggi combinano poco; agli inglesi, nel loro isolamento, interessa solo la sorte della regina. La Costa Rica non solo non ha esercito, ma in tema bellico il loro inno fa tenerezza: se aggrediranno la patria, giura, il popolo saprà “trasformare in arma il rozzo utensile”. Sì, ciao.
La Corea del Sud scandisce poesie di pace: “Finché le acque del Mare Orientale non si siano asciugate e il Monte Testa bianca non si sia consumato, Dio protegga il nostro Paese. Il Monte del Sud indossa i pini come corazza. La rosa altea, i fiumi e monti e il popolo coreano si conservino intatti”. Versi da mammolette? Forse. Però li ascolti mentre guardi la partita su un televisore coreano, rinfrescato da un condizionatore coreano, scambiando sms da un cellulare coreano (o americano: ma col touch screen fatto a Seul). E tu lì, col tuo elmo di Scipio e il Pil che crolla.

Giuseppe Meloni
(Serendipiterapeuta di Aristan)

COGLI L’ATTIMO

 

L’inno del corpo sciolto di Roberto Benigni

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