IO C’ERO


Editoriale del 16 aprile 2020

Io c’ero. Me lo ripeto ogni volta che non riesco a credere di aver vissuto una vita diversa. Diversa, non necessariamente migliore. Io c’ero, e per quasi settant’anni sono stato testimone delle disgrazie del mondo. Ora però sono spaventato: il numero dei morti aumenta giorno dopo giorno, i piedi sono piantati nel fango, la linea del traguardo si sposta continuamente in avanti. Jean-Claude Amiard, un mio vecchio amico, è uno dei maggiori esperti francesi nel campo del rischio nucleare. Lo scorso 8 aprile mi ha informato che nel sud-est della Francia (Lione e dintorni) è stata segnalata una nube radioattiva. Arrivata da Chernobyl, dove il 4 aprile hanno preso fuoco le foreste attorno a quel che resta della centrale. “I rischi sono minimi per il momento, ma è impressionante il fatto che nessuno ne parli. Meglio non aggiungere allarmi ad allarmi, paura a paura. Solo due mesi fa, però, ci saremmo preoccupati”. Qualsiasi catastrofe è diventata un rumore di fondo, ai tempi del coronavirus. Persino le altre malattie hanno cessato di esistere, ai tempi del coronavirus. “Scusate se non sono ancora morto”, disse Leonard Cohen aprendo a Londra uno dei suoi ultimi memorabili concerti. Ecco, è così che mi sento. Ed è questo che dirò a chi, eventualmente, dovesse venire a soccorrermi.

 

Marco Schintu

(Ufficio pesi e misure dell’Università di Aristan)

 

“Scusate se non sono ancora morto”, disse Leonard Cohen aprendo a Londra uno dei suoi ultimi memorabili concerti (da IO C’ERO – Editoriale di Marco Schintu)

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