IO IL REDDITO DI CITTADINANZA NON LO VOGLIO, PERÒ GRAZIE DI CUORE


Editoriale del 21 ottobre 2018

Nel sonno mi convocava la Nuova Agenzia del Lavoro, prelevandomi forzosamente da una riunione. Il funzionario mi ripeteva un numero che mi corrispondeva, mi sembrava chiaro anche se non lo avevo mai sentito prima. “Chi mi cerca?”, chiedevo. “Il consiglio dei ministri”. “Ah, certo, è arrivato il momento, fatemi prendere le carte”. Con la borsa piena di fogli, certificati e la pergamena di laurea incorniciata sottobraccio mi sentivo pronta. Il consiglio dei ministri si riuniva in una stanza bizzarra, dove tre analisti eseguivano calcoli su macchine complesse ogni volta che rispondevo a una domanda. I toni erano pacati ma severi. “Dunque lei vuole il reddito di cittadinanza”. Io: “No, grazie, io no”. “Dunque lei ha un lavoro fisso”. Io: “Eh, fisso, non fisso fisso, dei contratti, mi rinnovano, io scado, qualche volta ogni due anni, altre ogni quattro mesi, un lavoro fisso no, ma ho sempre lavorato. Le pause nei contratti, si. Io però lavoro anche nelle pause dei contratti”. “Dunque lei è assicurata, lo conferma?”. “Ci mancherebbe, la pago io l’assicurazione, vuole che non lo sappia, assicurata sempre, anche quando lavoro senza contratto, che se poi scivolo per le scale ci mancherebbe, non voglio creare problemi allo Stato, io”. Andava avanti così, fino alla sentenza: reddito di cittadinanza coatto con obbligo di firma, adesione immediata al programma di formazione, da alternare a un lavoro socialmente utile. Sei ore al giorno per imparare a fare la pizza e tre ore al giorno a piantare fiori nelle rotonde della città. Rifiutavo con un discorso articolato: “Gentili ministri, vi ringrazio per questa opportunità. Tuttavia mi sento costretta a declinare. In questo momento sto portando a termine un progetto di ricerca che …”. “Chi è il committente?”. “Lo faccio per me, la carriera, le pubblicazioni, sapete, il nuovo filone di studi, in archivio, io ho un dottorato, no, io ho due dottorati, il mio libro…”. A ogni certificato esibito la mano invisibile dello Stato mi batteva paterna sulla spalla e mi pareva di sentire una risata, ma intorno nessuno rideva. Ci sono altri modi in cui posso essere utile alla nazione, ripetevo. “Sa costruire?”. “Ricostruire, si, la storia, i passaggi, il linguaggio populista, le radici politiche di…”. ”Ponti?”. “No ponti no, i ponti sono difficili, poi crollano, non saprei, posso imparare…”. “Sa operare?”. “Operare sintesi si, cuore e ossa rotte no, però individuare fratture nella nostra società, quello io…”. E allora pizza. Formazione a Napoli, tre mesi di contratto a Bergamo alta, poi secondo la necessità. Io ringraziavo e uscivo sollevata, perché in fondo…le opportunità, chissà, la ricerca poi è sopravvalutata, l’ordine invece, l’ordine sociale. La pizza, poteva andare peggio. Bergamo alta è bellissima. Napoli poi… Napoli e poi muori.

 

Eva Garau (Precaria di Aristan).

Napoli poi… Napoli e poi muori (da IO IL REDDITO DI CITTADINANZA NON LO VOGLIO, PERÒ GRAZIE DI CUORE, editoriale di Eva Garau)

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