ITALIANO MA BELLO


Editoriale del 1 ottobre 2019

 

Per vedere il miglior film italiano dell’anno avete tempo fino a domani. Infatti l’idiozia di una distribuzione dissennata ha voluto creare un evento per cui questo film rimane in sala solo tre giorni. È capitato anche al documentario sulla Ferragni, e fin qui mal di poco, ma “Il sindaco del rione Sanità” meritava ben altra diffusione. Il capolavoro teatrale di Eduardo De Filippo diventa cinema purissimo grazie a Mario Martone, mai così bravo (eppure “L’amore molesto” e “Il giovane favoloso” erano di qualità notevole). Pur derivando dalla matrice teatrale, pur rispettando fedelmente il testo originale (e anche lo spirito eduardiano), è l’esatto contrario del teatro filmato, statico e verboso. Teso e appassionante, sembra una versione italiana di “Gran Torino”, ispirata alla tradizione più nobile del nostro spettacolo e aggiornata a tempo di rap. Già è geniale l’idea di recuperare, nei nostri tempi in cui furoreggiano “Gomorra” e serie affini, un classico del nostro teatro ambientato in quel contesto malavitoso napoletano e conservarlo integro, con pochi lievi tocchi per attualizzarlo. Ma il film andrebbe proiettato nelle scuole di cinema per mostrare come la macchina da presa che stringe gli attori, l’incrocio di sguardi che orchestra una recitazione impeccabile, l’abilità della messinscena e il rigore stilistico sciolgano il linguaggio teatrale in quello cinematografico e confezionino un’opera perfetta, tesa e appassionante. Quasi una versione italiana di “Gran Torino”, per i richiami cristologici (ultima cena compresa). O una variante della parabola del figliol prodigo, che finalmente sgombra ogni polemica uggiosa sulle fiction camorristiche: denunciano il degrado morale e la violenza oppure esaltano i carismatici delinquenti? Qui l’antagonista del boss è un fornaio che rivendica di continuo, e a ragione, di essere, al contrario degli altri, tanto “onesto” e “lavoratore”, come il fratello bravo della parabola evangelica, eppure risulta assai peggiore del protagonista criminale. Che sarà pure un assassino, ma è ricco di umanità, mentre l’onesto lavoratore campione di legalità si rivela arido ed egoista. E non è farina del sacco odierno di Saviano o del regista Sollima, ma di un testo scritto sessant’anni fa dal grande Eduardo. Che non era filocamorrista o moralmente ambiguo, solo consapevole che la vera arte non è quella che traccia una linea netta tra i buoni e i cattivi per educare i piccini a una visione edificante e fasulla dell’esistenza, ma quella che fa sprigionare le contraddizioni dell’animo umano, che scandaglia gli anfratti oscuri delle coscienze pulite e coglie i bagliori luminosi di quelle nere. Perciò il vero artista realista si riconosce perché le sue opere hanno qualcosa di misterioso e metafisico.

Fabio Canessa (Preside del Liceo Olistico Quijote di Aristan)

Per vedere il miglior film italiano dell’anno avete tempo fino a domani (da ITALIANO MA BELLO – Editoriale di Fabio Canessa)

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