JUSTIN VA ALLA GUERRA


Editoriale del 21 marzo 2016

Aggeggiano su telefoni e i computer, fumano e bevono tè
nella piccola hall, escono e per strada vengono travolti dall’umanità berciante del bazar, che tocca l’entrata
dell’hotel come un fiume in piena.
Poi tornano, fumano ancora e si rintanano nelle cellette ordinate da 20 dollari a notte. Soprattutto aspettano, chi decide lassù ha chiuso il varco alla frontiera. Mi chiedo quale grammatica usino per concordare la scelta con il tutto che scorre.
Sono i ragazzi e le ragazze che vanno alla guerra.
Arrivano nel Kurdistan iracheno grazie a chissà quale ragna di contatti, poi qualcuno li viene a prendere e varcano il confine per darsi all’esercito curdo del YPG, i peshmerga siriani che combattono lo Stato Islamico per ritagliarsi uno spazio d’indipendenza.
Un mese di addestramento e poi dentro.
Vengono dall’Europa e dalle Americhe, lo spilungone di San Diego che si esalta alle notizie dal fronte come per una schiacciata in una finale di basket, il macho silente britannico che ha tutta l’aria d’essere un ex delle forze speciali, quello spaccone del Kansas che sbraita al telefono e non vede l’ora di accopparne almeno dieci, di mozzateste.
Oppure lei, bianca obesa e tatuata come una mozzarella rancida, la felpa da rapper e il broncio duro da lesbica della suburra.
Mercenari, romantici, macellai e flippati dal consumismo.
Non molto diversi dai foreign fighters che conosciamo per l’accento sotto il passamontagna, immagino.
C’è anche Justin da Seattle, alto molle e malinconico, trent’anni e un breve passato da giornalista freelance in Cambogia.
Magari vuole scrivere l’Omaggio alla Catalogna del nuovo secolo. Vattelapesca.
Sarebbe uno schifo se morisse. Ma neanche tanto, via.
Il prezzo della carne per tutti cala con l’approssimarsi alla linea del fronte.
Un po’ come in televisione, ma dall’altra parte della vita.

Luca Foschi
(Inviato di guerra da Aristan\ Aristan’s war correspondent)

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