LA CAVALLINITÀ


Editoriale dell'11 dicembre 2020

Equus, caballus, ebba, quaddu, cavallo, tanti modi per dire cavallo. “Hai detto cavallo?”, la risposta in sardo è codificata e chissà perché fa sempre ridere. Forse perché la capiscono tutti e incuriosisce anche i continentali. Ho citato vari modi, ma contengono tante sottosezioni, per colore e attitudini, castrone e intero, baio, pezzato, un’ebba multina, rude o masedu o nevrile, da maneggio e da corsa, ronzino, purosangue, angloarabo, da tiro, da ostacoli, da calesse, da pet terapy, da fare arrosto. Puledro, da un anno, due anni, pensionato.
Poi un giorno il professore di filosofia ti incasina ancora di più e pretende di stabilire cosa sia la cavallinità. Capirei l’armadillità, invece tutti hanno la stessa curiosità filosofica riferita al cavallo, anche dopo l’invenzione della bicicletta. Quando i problemi erano inestricabili, uso per necessità il passato, chiedevo sempre il parere a mia madre che aveva uno spirito banalizzatore molto pratico e non si disperdeva in troppi distinguo. “Se qualcuno ti chiede se hai visto i suoi occhiali tu guarda subito per vedere se ce li ha sul naso”.
Per cui chiesi proprio a lei, dopo che in classe avevamo speso mezzora in cerca di centrare il bersaglio. “Mamma che cosa è la cavallinità?”- “Hi! Atteru oriolu non d’appo!” (altra preoccupazione non ho) – “Ce l’ha chiesto il professore di filosofia, che cos’è?” – “Dev’essere il sottopancia o il filetto”. Era anche quello un contributo, ma non venne ammesso dal professore, al quale dissi però che l’autore era il mio macellaio.
Da buona banalizzatrice mia madre scopriva anche le banalizzazioni altrui e talvolta chiudeva un occhio. Quando guardavamo un film in televisione mamma riconosceva un film americano dalla psicologia. Attivata. Se c’era un assassino si chiedeva subito se era seriale, e se lo era doveva solo riconoscere l’ambientazione: ”Dev’essere Los Angeles” – “Come fai a dirlo?” – “Quel negozio l’ho visto in un altro film”. Scommetteva anche: “Vuoi vedere che questo ammazza le persone anziane perché una volta suo padre lo ha schiaffeggiato in pubblico?”. Aveva imparato, lei che non aveva mai visto un film in paese, che il cinema ha uno specifico che va interpretato, e lei lo interpretava. L’unica contrarietà era data dal tema e infatti chiedeva “Amore ce n’è?” – “È un film di guerra” –“Ogamindelu!” (toglimelo). La scoperta che rivoluzionò la sua fruizione fu il flash back, a cui convenne a poco a poco.
“Custu depped’esse flasc becche” (questo dev’essere un flashback) Si stupiva solo quando uno parlava di deja vu. “questo ha visto troppi film”.
In qualche caso ci ha indovinato.

Nino Nonnis (Sa cavana [la roncola] di Aristan)

“Aveva imparato, lei che non aveva mai visto un film in paese, che il cinema ha uno specifico che va interpretato, e lei lo interpretava. L’unica contrarietà era data dal tema e infatti chiedeva «Amore ce n’è?»”
Da LA CAVALLINITÀ – Editoriale di Nino Nonnis (Sa cavana [la roncola] di Aristan)

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