LA GRAMMATICA DELLA GUERRA


Editoriale del 22 SETTEMBRE 2014

La grammatica della guerra te la porti sempre appresso, come una voglia perversa che colma di luce la notte e d’oscurità il mattino. È solo uno dei linguaggi possibili, per carità. Ognuno ha il suo e spesso uccide il prossimo per difenderlo o quantomeno gli lessa i maroni a puntino. Io ho scelto la grammatica della guerra per pigrizia, per vedere l’essenziale in un posto solo e poterlo declinare all’infinito: come posso sfilarti l’anima fratello mio, sottrarti al mare, ai seni di una donna, alla poesia, ad Alì che danza sul ring; cosa sono le nazioni, questa metafisica per babbei piantata nel giardino di casa e quando ce ne sbarazzeremo; perché l’ingiustizia crea egualmente demoni e madonne, fra i rifugiati siriani in Libano le madri mi offrivano l’unica cosa di valore nell’inferno delle loro capanne ordinate, era acqua, acqua gelida e io ho pensato il vangelo è scritto solo per strada; perché sono vivo soltanto quando so esattamente che sto andando dritto nel culo del pericolo; se questa è una delle ragioni che abilitano l’uomo all’assassinio; se il sangue e le parole si combattono in eterno e l’equilibrio che ne viene fuori è il mezzo schifo che il mondo vive; perché sono quasi sempre i peggiori, i cattivi, i banali a metter mano agli aggeggi del potere; perché nonostante tutto l’essere umano resite e procede nella storia o forse è solo un circolo e sembra una retta per carenza di diottrie; se il progresso esiste oppure è solo una forma più complessa dell’imperfezione; se vale la pena di dare la vita per difendere il bene e il bello e dire sì, sì per la miseria, anche adesso, cento, mille volte sì.

Luca Foschi
(Inviato di guerra da Aristan\ Aristan’s war correspondent)

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