LA GRANDE MARCIA


Editoriale del 26 marzo 2019

Nella torrida mattina del 23 giugno 1941, un aggrondato Benito Mussolini, seduto alla scrivania di palazzo Venezia, rimugina in mezzo ai fogli sparsi, irritato dal caldo e dalla velina del discorso di Winston Churchill, nel quale egli affermava di voler difendere il popolo russo per “distruggere Hitler e ogni traccia di regime nazional-socialista”. Quello che agita il duce è la noncuranza con la quale “il mastino di Londra” aveva snobbato il fascismo italiano, “come se non fosse roba seria”. Indispettito dall’umiliazione, Mussolini volle dimostrare quanta autorevolezza avesse ancora un regime nel quale forse neanche lui credeva più. La campagna di Russia italiana fu così il sanguinoso pendant del naufragio del fascismo. Con una differenza: mentre i nostri soldati affrontarono la lunga marcia nella steppa russa con eroismo e spirito di sacrificio, i gerarchi romani si impantanarono in un grottesco balletto di ipocrite idiozie e intrighi ministeriali, dando prova di un calcolo politico “dilettantesco e in malafede”. Per la ricorrenza della nascita del fascismo, ricordata da tutti in questi giorni nei quali si inaugurarono i Fasci di Combattimento a Milano, non c’è niente di meglio che leggersi la ricostruzione di questa tragedia della stupidità secondo la cronaca di Gian Carlo Fusco (1915-1984) nel suo bellissimo libro “La grande marcia”, ristampato da Sellerio. Attenta e dettagliatissima, unisce la densità delle informazioni a un’avvincente affabulazione narrativa. Partecipe e accorata per lo spirito umanissimo con cui intreccia i destini individuali alle mosse politiche dello scacchiere mondiale, quanto asciutta e antiretorica per il velo di ironica pietas di cui avvolge la scrittura. Al carattere eccessivo ed esuberante del personaggio Fusco, mitizzato dall’ipertrofia aneddotica, corrisponde l’opera di uno scrittore serio e autentico. Sempre attento a distinguere fra la condanna del capriccioso dittatore, che decide a cuor leggero un’impossibile prova di forza per autoconvincersi di non essere il leader di una nazione declassata, e l’elogio, a tratti dai toni epici, di quei coraggiosi che scontarono la dissennata vanità del loro duce. L’assurdità dell’impresa è chiara fin dall’inizio, ma la parola d’ordine degli alleati tedeschi è “Vorwarts!” (Avanti!). Unico conforto è la solidarietà del popolo russo al passaggio dei nostri fanti. Quando, nel cuore della steppa ucraina, a bordo di una grossa automobile, appaiono Hitler e Mussolini, l’effetto è quello di un miraggio. Fulminante lo schizzo con cui Fusco ritrae l’atteggiamento dell’impettito duce, intento a osservare il socio con la coda dell’occhio “per accertarsi se l’aspetto guerresco delle truppe italiane lo impressionasse a sufficienza”. Veri protagonisti di questo magistrale racconto di guerra sono i tre implacabili “generali” che scandiscono la narrazione e sfiniscono il nostro esercito: il Tempo, lo Spazio, l’Inverno. Mentre il terreno argilloso, sciolto dalle continue piogge, trasforma la marcia in una dannazione da girone dantesco. Si aggiungano la povertà dei rifornimenti, la scarsezza dei viveri, la vetustà delle armi, l’inadeguatezza del vestiario. Infine, l’atteggiamento indifferente, se non ostile, degli alleati tedeschi nei confronti degli italiani. Gli schemi strategici delle battaglie si ingarbugliano in un caos di reciproci accerchiamenti a scatole cinesi, talmente confuso che “neppure un trattato militare riuscirebbe a darne un quadro completo e abbastanza chiaro”. La pagina più bella racconta l’irruzione di due militari sbandati nell’isba di una vecchia. La parte più agghiacciante è quella finale. Quando arriva l’ordine della “retromarcia” (guai definirla “ritirata”!) e, per gli italiani, ormai accerchiati dai russi, inizia l’ultimo terribile calvario.

Fabio Canessa (Preside del Liceo Olistico Quijote di Aristan)

Quando arriva l’ordine della “retromarcia” (guai definirla “ritirata”!) e, per gli italiani, ormai accerchiati dai russi, inizia l’ultimo terribile calvario.

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