LA LEZIONE DI VICHAI


Editoriale del 7 novembre 2018

“Ha dato a tutti la speranza che l’impossibile fosse possibile. Non solo ai nostri tifosi ma ai tifosi di tutto il mondo in ogni sport. Non molte persone l’hanno fatto”. Queste sono le toccanti parole con cui Kasper Schmeichel, il portiere del Leicester, ha voluto dire addio a Vichai Srivaddahanaprabha, il magnate thailandese re dei duty free e proprietario delle Foxes, la squadra di calcio delle Midlands Orientali capace di scrivere una delle più belle pagine dello sport di sempre. Si sono consumate molte parole e molte pagine scritte sulla storica vittoria della Premier da parte di una squadra, il Leicester di Vardy e Ranieri, ai nastri di partenza del campionato 2015/16 considerata poco più di una cenerentola destinata a retrocedere in PremierShip, ma nessuno era giunto alla conclusione del figlio di Peter, leggendario portiere del Manchester United e della nazionale danese vincitrice di un incredibile campionato europeo del 1992: non molte persone hanno le capacità e il coraggio di fare cose che danno speranza. “fare le cose” sembra quasi qualcosa di scontato sin da quando ci si sveglia al mattino, e nella mente e nelle prime parole pronunciate tutto sembra essere un festival di promesse e di buoni propositi. Ma poi, nel corso della giornata, tutto si complica e diventa fatica, e allora si pensa che un buon compromesso sia non solo doveroso ma giusto, e lentamente ci si piega ad una leggera sfiducia, che in fondo appare una giusta moneta da pagare, se non per la nostra felicità, almeno per le nostre sicurezze. “fare le cose” diventa così più un espediente retorico, quasi da bar, che un dovere morale da compiere verso non solo le persone a cui si vuole bene ma anche verso la comunità di cui si fa parte. E, con il tempo, si diventa cinici. Nel cinismo è facile, molto facile, dimenticare di far coincidere, quando è necessario, interessi e ambizioni personali con gli interessi e le ambizioni generali. Nel peggiore dei casi, quando si è coscienti di tale dimenticanza, la si giudica un atto di smemoratezza necessario al futuro degli affari inderogabili.
Viviamo in tempi in cui è sempre più difficile assumere sulle spalle il principio di “ora tocca me”, tocca a me fare qualcosa perché il futuro abbia un giorno qualcosa da spendersi per riconoscersi terminale di un percorso condiviso volto al bene comune. Tutto ormai è elevato all’esigenza di esprimere una potenza fine a se stessa, che ha come unico obiettivo proclamare al mondo “io sono chiaramente il più forte, quindi vinco. Devo assolutamente vincere”. Non importa se questo “vincere” passa attraverso la soppressione del più elementare diritto alla bellezza e al fascino della sfida, che rende persone degne di aver attraversato la vita. In questo contesto segnato dalla negatività, diventa normale che un presidente di una squadra di calcio, in un giorno particolarmente drammatico, si rivolga tronfio ai suoi azionisti vergando smorfie da casta superiore nell’aria a sancire l’obiettivo raggiunto di essere diventati tra i più forti del mondo. Costi quel che costi. Costi anche dimenticare che qualche tuo tifoso e qualche tuo impiegato, in un giorno di derby, ha preso a calci pezzi di storia di cui dovrebbe essere orgoglioso in quanto italiano. Gli applausi della platea degli azionisti diventano suono di qualche politburo atono di una remota provincia del ex Impero Sovietico, invece di manifestazione di orgoglio e appartenenza ad una società tesa “a fare le cose”. Perché fare le cose non vuol dire abbandonarsi alla logica di abbattere il nemico, ma piuttosto di porlo come una controparte onorevole di legittimi interessi. Una controparte evidentemente necessaria se non si vuole ottenere un caleidoscopio monocolore dal carattere ossimorico. Ma, evidentemente, in Italia si vuole continuare in questo esperimento di avere un caleidoscopio privo di colori multiformi, ed ecco nelle ultime ore giungere la nomina di Gaetano Miccichè alla vicepresidenza della Federcalcio. La notizia, da tutti i mezzi di informazione, o non è stata data o gli è stato dato il risalto di qualche riga a margine di pagina. In queste ultime settimane il neo eletto alla vicepresidenza della Federcalcio si era dato molto da fare nella ricerca del nuovo capo del calcio italiano, parlando continuamente di programmi condivisi per la rinascita del calcio in Italia. Programmi di cui la pubblica opinione ovviamente non sa nulla e, soprattutto, non si conoscono le modalità eventuali di una loro messa in atto. Ovviamente nessuno ha trovato strano il fatto di un presidente di Lega serie A accomodatisi comodamente sulla poltrona della vicepresidenza di un organo che dovrebbe fungere da organo di controllo sulle attività della Lega A. Come nessuno ha trovato strane le dichiarazioni di Roberto Fabbricini, ex commissario della Federcalcio e “Sancho Panza” di Giovanni Malagò, in cui ha candidamente ammesso di non avere responsabilità(ma quando mai!) sulla nomina di Roberto Mancini a commissario tecnico della nazionale italiana di calcio, responsabilità da ascrivere interamente ad Alessandro Costacurta, teoricamente sottoposto a Fabbricini nel corso della sua reggenza della corte di via Allegri. Un Costacurta, che di fronte alla proposta di Fabbricini di nominare uno come Claudio Ranieri alla guida della nazionale italiana, avrebbe risposto: “non facciamoci ridere dietro”.
Non si comprende, al solito, quale tipo di comicità abbia temuto l’ex rossonero. Certo è che il “Billy” nazionale nel 2016 si sperticò in grandi lodi del tecnico romano e declamò dagli schermi di Sky l’orgoglio italiano di aver avuto in un tecnico del Bel Paese l’autore di una delle più belle favole dello sport. Ma, come direbbe Ennio Flaiano, “in Italia tutti sono pronti ad andare in soccorso del vincitore”. Non ha pensato l’ex giocatore del Milan, che forse la nomina di Ranieri a capo degli azzurri sarebbe stato un segnale d’immagine importante per tutto lo sport italiano. L’uomo che ha guidato l’impresa “dell’impossibile diventato possibile”(Schmeichel docet) sarebbe stato un monito positivo per un Paese bisognoso di credere tenacemente in qualcosa. Costacurta avrebbe potuto fare, ma non ha fatto. Uniformandosi al carattere contemporaneo della classe dirigente italiana, di fare sempre la scelta “da salotto buono”. La regola degli ultimi decenni è sempre la stessa e inderogabile: bisogna sempre scegliere gli amici degli amici potenti frequentatori del circolo. E’ la logica trionfante del circolo romano “Aniene” e dei suoi luoghi appartati soft. Luoghi conosciuti bene da Roberto Mancini. “Appartenere” e non “fare”, questa ormai è la regola. Una regola che alla fine porta ad un unico capolinea: quello del “disfare”. La classe dirigente italiana prima, con le sue logiche salottiere, disfa il “disfabile”, poi comincia con la colpevolizzazione della vittima(gli italiani) lodando tutto ciò accade fuori dai confini italiani, pregno di un talento resosi latitante nella penisola. E non si creda che tale procedimento di colpevolizzazione mistificante accada solo nel calcio. Prima disfano e corrompono il calcio, poi si beano nel decantare i modelli spagnoli, tedesche e francesi. Mai che la classe dirigente contemporanea prefiguri una visione o un sogno, un qualcosa di tangibile per il quale valga la pena di lottare e riconoscersi. Qualcosa in cui un figlio, in un momento di grave difficoltà e terribile dolore, possa riferirsi con orgoglio e speranza allo stesso modo di Aiwatt, figlio di Vichai: “mi ha lasciato un’eredità. Farò tutto quanto in mio potere per portare avanti la sua visione e i suoi e i suoi sogni”. Bellissima è la foto di Aiwatt che bacia la guancia di Vichai, una foto in cui c’è tutta la forza del mondo, la forza del presente grato al passato di avergli regalato un futuro onorevole. In questi giorni in cui ricordiamo i defunti, è importante ricordare l’importanza di un presente che ha bisogno di tutto il nostro “saper fare”, al fine di non disperdere gli sforzi e i sacrifici di chi ci ha preceduto. “O patria mia, vedo le mura e gli archi antichi e le colonne e simulacri e l’erme torri degli avi nostri, ma la gloria non vedo, non vedo il lauro e il ferro ond’eran carchi i nostri padri antichi”, scrive Giacomo Leopardi, forse il più grande poeta italiano, nella sua ode “All’Italia”. Parole invitanti a ricordare il valore dei padri, dei luoghi che costruirono, della speranza da preservare nei momenti di difficoltà. Kasper Schmeichel ha sottolineato come l’opera di Vichai abbia dato una speranza e una nuova linfa ai tifosi di tutto il mondo. Che i tifosi di tutto il mondo, in questo fine settimana di calcio, ricordino ciò quando inciteranno e applaudiranno la loro squadra del cuore in uno stadio o davanti al televisore. Lo facciano per quelli che sono stati, per quelli che siamo, per quelli che saranno.
Anthony Weatherill

(ha collaborato Carmelo Pennisi)


Ha dato a tutti la speranza che l’impossibile fosse possibile. Non solo ai nostri tifosi ma ai tifosi di tutto il mondo in ogni sport. Non molte persone l’hanno fatto. (da LA LEZIONE DI VICHAI – Editoriale di Anthony Weatherill)

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