LA LUCE DI PERSIA


Editoriale del 10 gennaio 2018

La Repubblica islamica dell’Iran organizzerà quest’anno per la prima volta un convegno su Petrarca e Sadi al Shirazi. Questo poeta persiano, testimone dell’orribile supplizio della sua patria invasa dai Mongoli (fecero bere oro fuso al re), lasciò due opere che si chiamano “Frutteto” e “Giardino delle rose”. Come Petrarca, tessè un bellissimo e inutilissimo ricamo pieno di giardini ombrosi, turbamenti d’amore e nostalgia, indignazione contro i potenti di questo mondo e dell’altro. Un giardino chiuso da un muro, hortus conclusus: fuori, siano pure il male e il disordine: dentro, solo alberi, giochi d’acqua e luce serena. Petrarca non lo sapeva, ma era il traghettatore in Italia della luce di Persia.
Meno tragico e pessimista del più antico Omar Khayyam, fu amico del sufismo (forse la vera madre della poesia moderna) e la sua indignazione non era totale e annichilente, come quella di Khayyam e di Leopardi, ma si fermava davanti alla fortunata vita dei dervisci, che non dipendevano dai capricci dei potenti. “Un solo organo che soffre basta a far soffrire tutto il corpo. Chi non sente il dolore degli altri non si merita il nome di uomo”.

Gianluigi Sassu (Asiatista di Aristan)

la sua indignazione non era totale e annichilente, come quella di Khayyam e di Leopardi (da LA LUCE DI PERSIA, editoriale di Gianluigi Sassu)

da Il giovane favoloso (2014) diretto da Mario Martone. Elio Germano interpreta Giacomo Leopardi

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