LA PROSPETTIVA ROVESCIATA


Editoriale del 15 aprile 2020

Quale può essere stato l’ultimo pensiero di chi, isolato per coronavirus, è morto solo, senza potersi congedare dai suoi cari guardandoli per l’ultima volta? Per cercare di capirlo dobbiamo tener conto del fatto che alla base dei nostri ragionamenti vi è sempre, in modo esplicito o implicito, la relazione di causa ed effetto, che è anche il fondamento sia del nostro modo di concepire il tempo, in quanto presuppone un prima, la causa, e un poi, l’effetto, sia dell’intelaiatura logica e sintattica del nostro linguaggio, in quanto esige il riferimento a un antecedente e a un conseguente.

Siamo portati a pensare che maneggiare queste relazioni non sia troppo complicato, ma basta riflettere un po’ per rendersi conto del contrario. Ad esempio, la constatazione di quanto diventasse freddo un cadavere ha inizialmente portato gli uomini a ritenere che la perdita di calore fosse la causa, e non l’effetto della morte. Cose da pensiero primitivo, verrebbe voglia di dire, e ormai superate. A dirci che le cose non stanno propriamente così sono le neuroscienze. LeDoux, al quale si deve la comprensione dei meccanismi dell’intelligenza emotiva, sostiene, capovolgendo il senso delle cose, che il nostro arrossire non deriva dalla timidezza: al contrario è l’arrossire, come reazione spontanea, incontrollata e immediata del nostro corpo a determinati stimoli che lo provocano, che viene poi interpretato come espressione della timidezza. Il rossore, dunque, e il pallore del volto o il tremore delle gambe sono la causa di ciò che poi, nella fase della successiva razionalizzazione, interpretiamo, rispettivamente, come timidezza e come paura, che sono dunque delle conseguenze. È una reazione incontrollata del mio corpo che fa sì che il rossore venga prima, che costituisca l’antecedente, e che la razionalizzazione in timidezza e vergogna sia ciò che ne consegue. Si invertono pertanto i poli di causa ed effetto: c’è una base fisiologica che interviene direttamente nell’azione, per cui il rossore risponde a modificazioni organiche che solo successivamente vengono registrate come il sentimento astratto della timidezza.

A livello razionale chi è morto solo sapeva dunque perché i suoi cari non potevano essere lì: ma come ha reagito, in modo spontaneo e incontrollato, il suo corpo alla mancanza di questo estremo saluto, di questo ultimo sguardo di accompagnamento e consolazione? Lo strazio dei parenti è tutto racchiuso in questa domanda e nell’angoscia di una morte segnata dal possibile timore di non aver saputo evocare neppure un rimpianto.

Silvano Tagliagambe (Iconologo di Aristan)

 

È una reazione incontrollata del mio corpo che fa sì che il rossore venga prima, che costituisca l’antecedente, e che la razionalizzazione in timidezza e vergogna sia ciò che ne consegue. (da LA PROSPETTIVA ROVESCIATA – Editoriale di Silvano Tagliagambe)

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