LA PROVA DELL'OSCAR


Editoriale del 11 febbraio 2020

Tra i film, “su tutti è imperdibile “Parasite”, il Downtown Abbey in salsa coreana: un’opera formidabile, trascinante, complessa, eclettica, ricca di idee ed energia che cercheremmo invano nel cinema occidentale odierno. La lotta di classe, le dinamiche familiari e la degenerazione della società capitalista sono raccontate in un originale guazzabuglio di generi, governato dalla sovrana architettura di un regista strepitoso: comico, tragico, sentimentale, thriller, psicologico, grottesco, splatter e politico si mescolano in una centrifuga emozionante e intelligente, scritta, girata e interpretata alla perfezione.” Così scrivevo nell’editoriale del 31 dicembre, eleggendo come miglior film dell’anno quello di Bong Joon-ho. I pronostici gli preferivano “The Irishman” di Martin Scorsese e “C’era una volta Hollywood” di Quentin Tarantino, perché non si era mai vista un’opera non in lingua inglese vincere l’Oscar per il miglior film, figuriamoci poi se si trattava del coreano. Invece non solo ha vinto l’Oscar come miglior film, ma anche come miglior regia, migliore sceneggiatura e miglior film in lingua straniera. La vittoria di Joaquin Phoenix l’avevo preannunciata addirittura nell’editoriale del 5 settembre, dopo la proiezione a Venezia di “Joker”, che avrebbe vinto il Leone d’Oro con molti arricciamenti di nasi critici. A me sembrò l’opera più in sintonia con i nostri tempi, destinata al successo travolgente che infatti ha avuto: “Il colpo d’ala sta nell’aver rovesciato la prospettiva tradizionale: il cattivo diventa il buono che nessuno ha saputo amare. In una Gotham City popolata di infidi, ipocriti e corrotti, in un mondo di carogne, privo di empatia, il Joker sembra una specie di Grinch, e la bravura esagerata del superlativo Joaquin Phoenix ha qualche eco del Jim Carrey più nevrotico, fino a comporre il ritratto straziante e insieme spettacolare di un alienato.  L’ambientazione nei primi anni Ottanta gli regala un sapore vintage, così come l’ottima colonna sonora. Insomma, c’è materiale a sufficienza perché “Joker” riempia le sale. Per poi riparlarne a febbraio, quando scommettiamo che l’interpretazione di Joaquin Phoenix vincerà il Premio Oscar.” La scommessa è vinta ed eccoci qui a riparlarne: perché non solo Phoenix ha vinto l’Oscar, ma anche “l’ottima colonna sonora”. E perché condividiamo anche il resto dei premi, da quello al bravissimo Brad Pitt del film di Tarantino (che ha vinto pure come migliore scenografia) a quello ai costumi di “Piccole donne”, dai 2 Oscar al montaggio e al sonoro del sottovalutato e bellissimo “Le Mans la grande sfida”  ai 3 Oscar (fotografia ed effetti speciali) di “1919” di Sam Mendes, tecnicamente prodigioso ma troppo esercizio di stile per ottenere i premi più importanti, fino a quello andato alla musica di Elton John per “Rocketman”. Soprattutto ci fa piacere l’Oscar a “Toy story 4” come miglior film d’animazione. Che ribadisce, nella variante geniale che applica il tema ai giocattoli dotati di anima e sentimenti, quello che dicono anche “Parasite”e “Joker”: cioè che tutti hanno bisogno di qualcuno da amare, come cantavano i Blues Brothers. Dal mondo dei cartoon, una riflessione tutt’altro che superficiale sull’identità e l’accettazione del tempo che passa.

 

Fabio Canessa

Preside del Liceo Olistico Quijote

 

 

tutti hanno bisogno di qualcuno da amare, come cantavano i Blues Brothers (da LA PROVA DELL’OSCAR – Editoriale di Fabio Canessa)

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