LA RETORICA DELLA MORTE


Il cordoglio pubblico per la morte di una persona famosa è un esercizio facile e redditizio. Vediamo alcuni motivi di lucro: 1) il “rimpianto” per l’assenza del defunto ricorda la tua presenza; 2) ti accomuna alle anime belle che hanno capito sino in fondo la grandezza del defunto; 3) ti permette l’esibizione di una apprezzata poeticità a buon mercato; 4) se sei un comunicatore di professione ti risolve il problema di riempire spazi anche vastissimi al riparo da ogni critica.
La retorica della morte dovrebbe essere applicata con misura, senza ipocrisia e oltre ogni vanità.
Il morto, se non è un fesso, non gradisce gli eccessi. La forma di retorica più gradita da un morto intelligente è quella che trascende la stessa retorica. Gian Piero Bona, per esempio, alla scomparsa di una persona amata, scrisse questo bellissimo pensiero: “dacché sei morto non temo l’ignoto, nel mio destino sei diventato un luogo dove andare”.
In Italia l’esercizio lucroso del cordoglio per le persone note e apprezzate ha raggiunto livelli disgustosi. Si potrebbero fare molti esempi ma è sufficiente evocare un caso recente: la morte di Andrea Camilleri. A parte qualche testimonianza vera e sentita, Camilleri è stato letteralmente sommerso da tonnellate di spazzatura mediatica. Ai “coccodrilli” preconfezionati – ho visto tre servizi praticamente uguali nella stessa edizione di un telegiornale – si sono aggiunte, a caldo, iperboli senza cognizione di causa e sciocchezze di tutti i tipi. Una per tutte (ripetuta da molti con espressione pensosa): “Andrea Camilleri, mescolando la lingua italiana col siciliano, ha inventato uno stile letterario”. Come se, prima di lui, il suo conterraneo Giovanni Verga o Carlo Emilio Gadda si fossero dedicati esclusivamente alla danza classica o al gioco d’azzardo.
C’è però chi è costretto dalle circostanze a pronunciarsi. In questo caso, se non si ha fantasia e non si sanno esprimere i sentimenti con le parole adatte, credo sia lecito rifugiarsi in un luogo comune non troppo logorato o in qualche formula preconfezionata. A patto di saperla scegliere. Luca Zingaretti, l’attore che interpreta il personaggio del commissario Montalbano, ha cominciato un lungo post di commiato, ripreso da tutti i media, con una frase a effetto: “E alla fine mi hai spiazzato ancora una volta e ci hai lasciato”. È una bella frase poetica, l’aveva usata per la prima volta l’amico di un artista morto improvvisamente e poi era stata ripresa da altri in situazioni analoghe.
Ripeto: in situazioni analoghe.
Andrea Camilleri era cieco, aveva quasi 94 anni ed era in coma da un mese.
“Mi hai spiazzato”.
Ma che cazzo dici, Montalbano?

Filippo Martinez (Idiosincrasista)

“La retorica della morte dovrebbe essere applicata con misura, senza ipocrisia e oltre ogni vanità.
Il morto, se non è un fesso, non gradisce gli eccessi. La forma di retorica più gradita da un morto intelligente è quella che trascende la stessa retorica.” Da LA RETORICA DELLA MORTE – Editoriale di Filippo Martinez (Idiosincrasista)

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