LA RIVOLTA SILENZIOSA DEI TIFOSI NAPOLETANI


Editoriale del 27 febbraio 2019

 

“Non muoio neanche se mi ammazzano”.

Giovanni Guareschi

 

Il calo del 25% delle presenze allo stadio San Paolo di Napoli è più di un freddo dato statistico, è l’incipit di un racconto dai tratti distopici che sta vivendo una delle tifoserie più appassionate e calde della Serie A. Se si osservano solo le apparenze è difficile comprendere una disaffezione verso una squadra, quella del Napoli, che occupa tranquillamente il secondo posto del campionato italiano. In un’annata calcistica dove si registra un lieve aumento generale delle presenze negli stadi di Serie A, il dato del Napoli sembra rappresentare, a mio parere, una sorta di protesta silenziosa dei tifosi azzurri da ascrivere ad una loro triste presa d’atto: il Napoli, come del resto nessuno nell’attuale massimo campionato calcistico italiano, non può competere economicamente e agonisticamente con la Juventus. Dopo gli ultimi anni passati a rincorrere il sogno “scudetto” alla Leicester, alla fine i tifosi partenopei si sono dovuti arrendere alla realtà da incubo che, con la evidente complicità delle classi dirigenti sportive italiane, si è permesso alla Juventus di imporre. Qui non si vuole certo descrivere un semplice gioco di rivalità calcistiche condite da invidie verso il più forte, ma si vuole, piuttosto, sottolineare come in Italia e in Francia, causa fenomeno Paris Saint Germain, si sta rischiando di far scomparire la tradizione del calcio. Riducendo, ribadiamo per l’ennesima volta, uno sport alla stregua di uno spettacolo, dove non ha più importanza la competizione declinata in tutte le sue forme ma solo il portafoglio dei fatturati, in una logica di un mondo da incubo nel quale riesce difficile trovare un fondo del tunnel pieno di luce dal quale uscire.

Dopo le ultime recenti notizie sulle strategie finanziarie della Juventus, proviamo a tratteggiare sinteticamente alcuni dati di quest’incubo dai colori bianconeri. Se la Juventus venisse eliminata dall’Atletico Madrid andrebbe ad incassare dalla sua partecipazione alla Champions League, al netto del botteghino, una cifra intorno agli 82 milioni di euro. Una cifra monstre composta da varie voci di cui la cosa più impressionante è la quota riservata alla posizione occupata dalla società bianconera nel ranking storico/decennale dell’Uefa: 29,7 milioni di euro. Tale voce sembrerebbe, e non solo sembrerebbe, una tassa di “omaggio al lignaggio”(Voluta da Ceferin, presidente Uefa) a cui ha contribuito, con la sua partecipazione alla massima competizione europea per club, persino il modesto Viktoria Plzen. Un omaggio al lignaggio a cui la Juventus ha potuto accedere grazie anche all’esistenza di un movimento calcistico italiano, che le ha consentito, nel corso degli anni, di strutturarsi come società in grado di qualificarsi per le competizioni europee. Questo perché, ed è quasi banale sottolinearlo, un vertice di una piramide, per quanto alto e maestoso sia, ha sempre bisogno di strutture inferiori per reggersi e manifestare tutto il suo splendore e la sua potenza. Quindi anche una squadra di Lega Pro o di Serie B contribuisce, e ha contribuito, a creare i presupposti europei juventini. A questi 82 milioni ormai certi la Juve sommerà, a partire dalla prossima stagione, i 51 milioni di euro l’anno garantiti dall’Adidas, suo sponsor tecnico. Inoltre, e non certo per ultimo, saranno a sua disposizione i 91 milioni garantiti dalla ripartizione dei diritti tv. Queste sono solo alcune delle voci(come dimenticare, per esempio, i 29,7 milioni di euro provenienti dalla vendita degli abbonamenti?) dei ricchi ricavi della squadra campione d’Italia, che ha letteralmente scavato un profondo solco finanziario tra sé e gli altri club della Serie A. Ma in una vita in cui il segreto, a volte, è quello di non essere mai sazi, ecco quindi un’ improvvisa, e sorprendente, vendita di bond( titoli di debito venduti sul mercato finanziario) dal valore di 175 milioni di euro emessi dalla Juventus al Global Exchange Market di Euronext Dublin. Non contenti di aver venduto del debito a “investitori qualificati” (sarebbe interessante sapere chi siano), gli Agnelli hanno visto le azioni della società bianconera guadagnare in borsa il 2,37% all’annuncio dell’andata a buon fine della vendita dei bond emessi.

Si è di fronte ad una corsa di accumulo di denaro, e accumulo di conseguente potere nel calcio italiano, che sembra non conoscere fine. Una corsa di cui vari soggetti, a vario titolo, stanno beneficiando. In una serie A che spesso presenta stadi semideserti, solo La Juventus, da avversaria, riesce ad attirare sold out in tutti gli stadi della penisola. Tutto ciò in uno spirito da competizione da lei stessa ucciso, che fa pensare l’assistere alle sue partite come l’esposizione di un fenomeno da baraccone più che a un evento sportivo dal carattere competitivo. I 108 giocatori sotto contratto, e controllati sotto le varie forme giuridiche consentite dal calcio contemporaneo, ha fatto assumere alla società di Andrea Agnelli un ruolo talmente dominante sul mercato italiano della compravendita dei giocatori, da restare quantomeno perplessi sul fatto come nessuna voce si sia levata a denuncia di questa chiara violazione di ogni regola di antitrust. Anzi, ogni qual volte una timida voce, direi molto timida, si approccia a porre il problema che forse il calcio, essendo uno sport e quindi bene comune, non può essere gestito come una qualsiasi altra attività commerciale o industriale, ecco i rimbrotti (a voler essere eufemistici) giungere alla velocità della luce. “Ma cosa vogliono mai questi ingenui personaggi ancorati ancora al passato? Non si può impedire l’avverarsi del futuro”! Dicono alcuni di questi rimbrotti, prefigurando un calcio moderno fatto di gestioni manageriali, industriali e finanziarie. Un mondo del calcio talmente trasformato, secondo questi alcuni, dove è del tutto normale vendere debito dei club calcistici ( scaricando questo debito sui bilanci dei club stessi, e quindi sui tifosi) sui mercati finanziari. “In fondo – dicono – la Juventus o il Manchester United sono ormai delle vere e proprie aziende, che quotano e vendono un prodotto”. Da tempo si è capito come sia impossibile far comprendere a chi vede il mondo come un immenso bancomat, a chi pensa – obnubilato da qualche articolo composto da esaltanti peana a chi nello sport riesce a far saltare fuori soldi anche dalla vendita di autografi – ad una società di calcio alla stregua di una felice succursale camuffata della Goldman Sachs, come l’amore per una squadra di calcio non possa essere venduto ad un tanto al chilo. La cosa sorprendente, invero, è come sia stato facile convincere una moltitudine di persone (orami sempre più di una moltitudine) di un percorso industrial/finanziario ormai imprescindibile per il gioco più amato del mondo.

Ma la cosa non deve sorprendere visto che si è di fronte ad una Federazione Italiana Gioco Calcio inane al cospetto del gioco esclusivamente mercantilistico portato avanti dal presidente della lega di Serie A e vicepresidente della Federcalcio Gaetano Miccichè. Come tutti i banchieri, perché questo di fatto egli è, appare più interessato alla creazioni di monopoli che alla difesa del diritto alla competizione. Si può dunque sperare almeno in un intervento del “ragazzo” del Circolo canottieri Aniene, in quanto presidente del Coni? Si direbbe di no, visto che a paracadutare Miccichè nel mondo dello sport italiano è stato proprio Giovanni Malagò. Sul silenzio dei grandi giornali sugli evidenti conflitti d’interesse di Miccichè, è meglio stendere un velo pietoso. E’ nello stile (o mancanza di stile?) della classe dirigente italiana mettere un “guardiano del faro” a dirigere il traffico dei loro affari. E quando i tifosi napoletani non hanno visto possibilità di soccorso alle loro aspettative da nessuna direzione, hanno comprensibilmente deciso di andare allo stadio solo quando va in scena della sana competizione, in tutta evidenza non presente nelle vicende sportive dell’attuale Serie A (è triste quando ti lasciano come unica soluzione la diserzione). A Gabriele Gravina, presidente latitante della Federcalcio, e ai tifosi vorrei ricordare un scena di uno dei tanti bei film di “Peppone e Don Camillo”, uscita dalla magnifica penna di Giovannino Guareschi. Una giovane ragazza di buona famiglia cattolica confida a Don Camillo di essere rimasta incinta da un giovane di una nota famiglia comunista. La ragazza teme la reazione negativa dei genitori non tanto per il suo improvviso stato interessante, ma per la matrice politica della famiglia del futuro padre. Allora chiede al suo parroco se non è il caso di “pensare ad estreme soluzioni” (l’aborto), al fine di evitare tragedie familiari infinite. Don Camillo, a quel punto, non si perde in discettazioni morali o teologiche ma, guardando dritto negli occhi la ragazza, gli da un solo e sintetico consiglio: “va a casa e pensa”. Ecco, forse non sarebbe male, per tutti noi, riprendere l’utile esercizio del pensiero. Pensare potrebbe anche portarci ad agire come il comitato dei tifosi dell’Atletico Madrid che, a fronte dei tentennamenti della società madrilena sul rinnovo contrattuale biennale del capitano Diego Godin, ha intimato ai dirigenti dei “Colchoneros”: “Godin è uno di noi e può chiedere ciò che vuole”. E al diavolo gestioni industriali, management forbiti, banche d’affari, calcio del futuro. Caro Gravina: va a casa, e pensa.

Di Anthony Weatherill
(ha collaborato Carmelo Pennisi)

“I 108 giocatori sotto contratto, e controllati sotto le varie forme giuridiche consentite dal calcio contemporaneo, ha fatto assumere alla società di Andrea Agnelli un ruolo talmente dominante sul mercato italiano della compravendita dei giocatori, da restare quantomeno perplessi sul fatto come nessuna voce si sia levata a denuncia di questa chiara violazione di ogni regola di antitrust.” Da LA RIVOLTA SILENZIOSA DEI TIFOSI NAPOLETANI – Editoriale di Anthony Weaterhill  con la collaborazione di Carmelo Pennisi

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