LA SOLITUDINE DELL'INTELLETTO


Editoriale del 6 aprile 2014

Mi chiama un’amica matematica, una delle persone più intelligenti che ho avuto la fortuna di conoscere. Mi chiede di scrivere sulla solitudine dell’intelletto, di quello che provano (i pochissimi) come lei che vivono lontano da tutto e da tutti a creare programmi informatici, studiare le costellazioni o le origini dell’Uomo. Mi dice che essere visionari non serve più a niente e che nessuno prova un minimo di compassione per la genialità dell’altro e soprattutto per l’enorme sofferenza che questa diversità genera e produce. Si lamenta di appartenere all’unica minoranza non riconosciuta e di essere una sottospecie in via di estinzione perché gli accoppiamenti tra i genialoidi della nostra specie sono al minimo storico. Colpa della solitudine ripete e mi manda un suo modello stocastico, scritto anni fa, che dimostrerebbe la sua teoria in modo incontrovertibile. Il mondo è nell’immagine e nella prospettiva che ognuno ne ha, impossibile condividerla se si viene considerati diversi, bizzarri e – spesso – insolenti. Penso abbia ragione, neppure gli sceneggiatori di X-Men hanno previsto dei mutanti che fossero “solo” più intelligenti di tutti gli altri. Non c’era bisogno perché esistono davvero, camminano tra di noi, sensibili, disperati e soli.

Luca Pani
(Psiconauta ad Aristan)
(@luca__pani)

COGLI L’ATTIMO

 

da un documentario di History channel su Albert Einstein

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