LA STORIA È MAESTRA, PECCATO NON ABBIA STUDENTI


Editoriale del 22 maggio 2019

“E cosa credeva la plebaglia europea, che l’Euro fosse stato fatto per la loro felicità”? Questa frase attribuita all’economista e banchiere Jacques Attali, colui che qualche anno fa preconizzò addirittura una cancellazione dell’Italia dalla scena mondiale e che si è attribuito la scoperta di Emmanuel Macron, potrebbe essere comodamente utilizzata anche a proposito del progetto di fare una SuperLega europea di calcio: “ma cosa credono i tifosi, che la SuperLega verrà istituita per la loro felicità”? ma a voler semplificare, senza scomodare l’ex consigliere principe di Francoise Mitterand, basterebbe un commento rilasciato da  Sinisa Mihajlovic nell’immediato dopopartita di Bologna-Parma: “con la SuperLega i ricchi diventeranno sempre più ricchi, i poveri sempre più poveri”. L’allenatore serbo, con un sorriso ironico e con la franchezza che lo contraddistingue, ha fatto così capire come stanno realmente le cose. Pierre Manent, autorevole scienziato della politica, tempo fa ha dichiarato “che siamo presumibilmente entrati nel regno finale della democrazia dei diritti umani”, lanciando un grido d’allarme sullo stato delle classi dirigenti ed intellettuali che governano e descrivono le cose europee. Una classe dirigente europea, secondo Manent, che non comanda e discerne più sul cosa fare, ma piuttosto sul cosa dire. Bisogna parlare fino allo sfinimento dei “valori della Repubblica”, dei “valori della democrazie”, dei “valori dell’Europa”, o almeno così la classe dirigente del Vecchio Continente ci sprona, con toni e modi  apparsi sempre come una via di mezzo tra un richiamo al dovere e un ordine.
E la cosa dovrebbe far riflettere, visto che ci si trova davanti ad una classe dirigente ampiamente screditata agl’occhi dei cittadini, ma che occupa tutte le posizioni apicali nelle istituzioni e nei media. Ho già avuto occasione di scrivere come uno dei sintomi più visibili del crollo in corso della cultura europea, sia proprio la modificazione strutturale che sta avvenendo nel calcio. Indicando la Premier League inglese a modello virtuoso, è stato come aver volutamente ignorato il saccheggio di valori, con relativa perdita d’identità, subito dalla massima lega inglese, operato da vari plutocrati su quella che fu la terra dove il calcio è stato inventato. Ma le cose partono sempre da lontano, e non sarebbe così sbagliato ricordare la manovra a tenaglia effettuata dall’Uefa e dai grandi sponsor tecnici che, attraverso gli spropositati premi in denaro per le vittorie e i conseguenti contratti spropositati di sponsorizzazione, hanno da qualche anno letteralmente riempito i forzieri dei club più ricchi a discapito di quelli meno ricchi e meno protetti “politicamente”.
È una guerra di potere geopolitico economico, quella condotta da questi plutocrati (tra cui bisogna distinguere quelli a carattere “statale” proveniente dallo stato-padrone cinese), in cui l’anomalia cinese sembra colpevolmente non preoccupare proprio nessuno. Ovvio come il ricco mercato dell’oriente, protagonista di una crescita che per anni non avrà fine e forte di miliardi di potenziali consumatori, sia fucina di troppe bramosità per far nascere un qualsiasi tipo di remora ai soci “comandatari”(perdonate il neologismo) dell’ European Club Association (Eca), l’associazione dei principali club calcistici europei attualmente presieduta da Andrea Agnelli. In un articolo pubblicato nel 2016 il tabloid inglese “The Sun” svelava ai suoi lettori come “i giganti del calcio europeo stiano complottando per trasformare la Champions League e garantirsi nel lungo periodo i maggiori introiti della competizione”. L’articolo si concludeva con una profezia che oggi, a tre anni dalla sua pubblicazione, la realtà dei fatti ci fa vedere sempre più compiuta: “questo metterà fine ai sogni europei di squadre come il Leicester. Il loro piano (quello dei grandi club) darebbe i “big money” in automatico alle grandi squadre in gara ogni anno e chiuderebbe invece la porta ai club che stanno cercando di fare il salto di qualità”. Se il Sun ha ragione, come i fatti sembrerebbero confermare, allora forse la SuperLega non è il vero obiettivo di Agnelli e soci, ma solo un’arma di distrazione di massa.
Un pericolo paventato all’opinione pubblica europea per indurla, alla fine di una lungo tira e molla, ad accettare una riforma della Champions con le big del continente a partecipazione imperitura e con un ennesimo aumento degli introiti a loro favore. E la reazione di questi ultimi giorni di Urbano Cairo e Aurelio De Laurentis, scagliatisi pesantemente contro la SuperLeague il primo e contro la Juventus il secondo, avrebbero quindi una possibile spiegazione in ciò che il “The Sun” aveva prefigurato nel 2016. I presidenti di Torino e Napoli potrebbero aver fiutato l’aria che specialmente gli inglesi, interessati a difendere i privilegi economici e politici detenuti dalla Premier League, stiano facendo di tutto per convincere i top club non inglesi(Bayern di Monaco, Paris Saint German, Real Madrid, Barcellona e Juventus) ad accettare la riforma della Champions di cui sopra. E non si creda come la cosa non si possa fare, visto che in Eurolega (la massima competizione contintale di basket) è avvenuto esattamente quanto stanno auspicando i big club europei di calcio.
Dal 2016, infatti, l’Eurolega è diventata una competizione semichiusa, con undici club a partecipazione fissa e cinque a partecipazione dopo aver raggiunto determinati obiettivi. Tutto questo è sotto il controllo e la gestione di un organismo recante una denominazione molto significativa: Euroleague Commercial Assets. È quasi paradossale come il suo acronimo (Eca) sia uguale a quello del carrozzone guidato da Andrea Agnelli. “La beffa più grande che il diavolo abbia mai fatto è stato convincere il mondo che lui non esiste, e come niente, sparisce…”, recitava una delle più significative battute del celebre film “I Soliti Sospetti”, lasciando chiaramente intendere come sia molto facile che la storia del mondo, e della nostra quotidianità, possa passarci davanti non solo senza averla compresa, ma addirittura fuorviata dal suo vero senso. Questo, temo, è ciò che sta avvenendo nella nostra contemporaneità, dove le classi dirigenti del Vecchio Continente, non so davvero in preda a quale piano onirico finale, hanno esplicitamente fatto intendere di considerare le persone del popolo, di cui anche i tifosi fanno parte, semplicemente come “agenti economici e morali” e non come cittadini che desiderano e meritano una scelta nelle decisioni politiche. Le istituzioni politiche dello sport (federazioni e, nel caso dell’Italia, il Coni) sono ormai palesemente inadatte (complici, a voler pensare male) a tutte le problematiche createsi nello sport, riuscendo unicamente nell’unico risultato di amplificare le divergenze economiche.
A voler fare un’analogia, direi che siamo in una situazione antecedente la rivoluzione francese. Con i grandi club nel ruolo della nobiltà, le istituzioni sportive come clero officiante di tale nobiltà, e i tifosi e i club minori calati perfettamente nella loro condizione di “Terzo Stato”. Ma qualcuno ha detto che la storia si ripete, e le uscite di De Laurentis e Cairo di questi giorni ricordano molto quelle della potente borghesia mercantile della Francia di quel Terzo Stato, il 98% della popolazione francese dell’epoca, che guidò fino alla presa della Bastiglia e all’abbattimento di ogni privilegio che la classe nobiliare si era arbitrariamente attribuito. Pur chiudendo molte volte gli occhi in passato, probabilmente illudendosi di trattare con uno (Andrea Agnelli) che oltre a prendere sarebbe stato disposto anche a concedere, i presidenti di Toro e Napoli devono aver preso finalmente atto come andando avanti ad assecondare i piani del “principe” di casa Agnelli, il rischio poi di doversi accontentare delle famose brioche calde con cui Maria Antonietta avrebbe voluto placare la fame dei poveri sia veramente alto. E allora hanno deciso di non starci più, aprendo decisamente le ostilità contro la Juventus che, con tutta evidenza, non ha molta voglia di difendere il recinto del proprio calcio nazionale.
La superficialità e l’arroganza con cui Andrea Agnelli sta procedendo fa davvero impressione, e fa dar ragione al famoso detto “la storia è maestra, peccato non abbia studenti”. Il presidente bianconero dovrebbe ricordare quanti altri prima di lui abbiano avuto grandi sogni di gloria e di potere, e come anche uno scaltro come Napoleone Bonaparte sia andato a perdersi definitivamente nel pantano di Waterloo. Mi permetto, con modestia, di segnalare ad Andrea Agnelli e ai suoi soci dell’Eca il valore della misura, che rispetta persino i nemici e da un senso comune alla vittoria. Li invito ad abbracciare ciò che Annibale disse, poco prima della battaglia di Zama, al giovane Scipione: “il tuo animo potrebbe preferire la vittoria piuttosto che la pace. Conosco questi ardori, più grandi che utili; splendette anche per me un giorno tale fortuna. Che se nella fortuna gli dei ci dessero anche serenità di giudizio, prenderemmo in considerazione non quello che è successo, ma anche quello che potrebbe succedere”.

Anthony Weatherill (con la collaborazione di Carmelo Pennisi)

“A voler fare un’analogia, direi che siamo in una situazione antecedente la rivoluzione francese. Con i grandi club nel ruolo della nobiltà, le istituzioni sportive come clero officiante di tale nobiltà, e i tifosi e i club minori calati perfettamente nella loro condizione di “Terzo Stato”. Da LA STORIA È MAESTRA, PECCATO NON ABBIA STUDENTI – Editoriale di Anthony Weatherill (con la collaborazione di Carmelo Pennisi)

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