LA STORIA ORALE VA IN BICICLETTA


Editoriale del 23 giugno 2019

La memoria, ho pensato oggi alla notizia della scomparsa di Giulio, è fatta di debiti da onorare. Era il 2017, ottobre. Amanda solcava i corridoi bui della facoltà alla ricerca di uno storico, uno qualunque, purché parlasse inglese e guidasse la macchina. Se n’era venuta sull’isola con un’armatura di camere e microfoni, roba di ultima generazione, migliaia di dollari aggrumati in lenti e telescopi. Quando il mio telefono ha squillato e un collega dall’altra parte mi ha detto: «C’è un’americana che cerca centenari per un documentario. E un posto dove dormire» non avevo capito che me la stava scaricando. Ho risposto da sotto il cumulo di scadenze e scartoffie: «Non faccio storia orale, non sono un’antropologa. E allora?». E allora siamo partite verso il mistero più fitto della genetica. Per strada mi sono fatta raccontare. Un progetto in cui i centenari lasciano un insegnamento ai giovani, un affare grosso, sponsor e viaggi dal Portorico all’Asia. Le avrebbero dato un premio prestigioso, a risultati proiettati sugli schermi nei salotti di Washington, anche se allora non lo sapeva. Alle porte di ogni paese visitato cercavamo una bancarella di frutta. Scorta di mele strategica per annacquare i caffè, uno per ogni famiglia visitata. «Basta rifiutare», aveva tagliato corto lei. Non era mai stata in queste valli. Aveva una lista di domande che avrei dovuto tradurre. Alla fine della prima giornata ha accartocciato il foglio e l’ha buttato sul sedile posteriore dell’auto. Da allora sono stati caffè, poesie in dialetto, racconti di guerra, caffè, spiegazioni sui muretti a secco, mani tremanti e cervelli affilati. Canzoni improvvise nel mezzo dei discorsi, parenti che impallavano la camera per dire la loro, cani che rosicchiavano microfoni. E caffè. Sullo sfondo l’Africa, quella raccontata e quella incandescente che saliva dalla terra battuta dei cortili, sotto gli alberi piegati come le schiene dei proprietari di casa. Giulio era abituato alle telecamere. 104 anni, gli ultimi vissuti da star. BBC, troupe olandesi, americani a frotte. La sua parte preferita erano le riprese sulla bici. Non aveva più il permesso di inforcare la Graziella e percorrere il campidano, chilometri nella campagna gialla allucinata. Solo per i giornalisti. Solo cinque minuti. E invece si capiva dai suoi occhi accesi che ci avrebbe fregati. Lasciati lì ad aspettare mentre sui pedali ristabiliva l’ordine delle cose, secondo tempi che non se ne infischiano delle convenzioni. Le mani sui freni percorse dalle vene viola, un giro infinito di sangue e memoria, pennellate di vernice azzurra, movimenti arrotolati per l’aria a sottolineare parole mai dette. Faceva caldo e non ho resistito. «Signor Giulio, cosa bisogna fare per vivere così a lungo?». E lui, dopo lunghi secondi di fruscii registrati dalla scienza americana: «Aspettare».

Eva Garau (Precaria di Aristan)

si capiva dai suoi occhi accesi che ci avrebbe fregati. Lasciati lì ad aspettare mentre sui pedali ristabiliva l’ordine delle cose, secondo tempi che non se ne infischiano delle convenzioni (da LA STORIA ORALE VA IN BICICLETTA – Editoriale di Eva Garau)

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