LA VITA È UN FILM E DIO È IL REGISTA SUPREMO


Editoriale del 2 marzo 2021

Ieri una giornalista mi ha telefonato per intervistarmi e, come prima domanda, mi ha chiesto come è nata la mia passione per il cinema. Allora ho ripensato a quando, tanto tempo fa in una galassia lontana lontana, la tv era in bianco e nero. La programmazione iniziava il pomeriggio e terminava alle 23, c’erano solo due canali che trasmettevano solo due film alla settimana: uno il lunedì sera sul Primo Canale e l’altro il mercoledì sera sul Secondo Canale. Per passare dall’uno all’altro non esisteva il telecomando: dovevi alzarti e premere un bottone. Ma non lo facevi, perché sull’altro canale c’era “Tribuna politica” o “Orizzonti della scienza e della tecnica”. Così vedevi il film, qualunque esso fosse: e capitavano spesso opere di Bergman, Fellini, Welles. I bambini capivano il giusto, si annoiavano, ma intanto vedevano tutti lo stesso film, fino in fondo e senza spot, e la mattina in classe condividevano riassunti e commenti: cresceva una generazione omogenea per identità e formazione. I più vispi cementavano, col tempo, una cultura cinematografica di tutto rispetto, memorizzavano nomi di registi, attori e perfino di sceneggiatori e fotografi. Attratti da Totò, inghiottivano pure “Uccellacci e uccellini” di Pasolini, rimanendone perlomeno incuriositi. La pausa tra un film e l’altro dava modo di riflettere, pensare e archiviare, in una educazione al gusto oggi impensabile: al primo sbadiglio fai zapping e ti trasferisci altrove, in un guazzabuglio caotico che impedisce ogni stratificazione di sapere. Invece la noia è uno strumento conoscitivo. E’ anche grazie a lei se sono diventato un appassionato di cinema, vedendo per la prima volta in quella tv “Otto e mezzo” e “Il posto delle fragole”, “Quarto potere” e “Rashomon” durante le scuole elementari. Quel graduale e forzato depositarsi di immagini complesse e sublimi si è rivelato un apprendistato di miracolosa efficacia. Mi piacevano (e mi piacciono) soprattutto i cartoni animati, gli horror e i musical. Perché sono i generi più visionari, quelli che offrono esperienze che la vita di tutti i giorni non permette (fu lo stesso Fellini a dichiarare “L’unico vero realista è il visionario”). Ne ho visti così tanti (all’Elba, quando qualcuno la spara grossa, lo canzonano con la meravigliosa battuta “Hai visto troppi cini!”) da essermi formato un’ottica perversa ma spassosa che vede il mondo come una sorta di spettacolo grandioso (da adulto ho saputo che Shakespeare ha scritto “Tutto il mondo è burla” e, soprattutto, “E’ il mondo intero una ribalta”). Una specie di film capolavoro, che contiene tutti i film e tutte le vite di noi tutti (da Adamo a quello che nascerà domattina): e Dio non è che il più grande regista della storia. Idea discutibile, forse pericolosa, ma che ha nutrito la mia passione per il cinema e per la vita (che mi sembrano andare a braccetto) e mi ha garantito un carattere e una personalità che non cambierei con nessuno, oltre a un buonumore inscalfibile. Per cui, anche nei momenti dolorosi, conservo uno zoccolo duro di allegria. Mica male essere cinefili.

Fabio Canessa (Preside del Liceo Olistico Quijote ad Aristan)

“Per passare dall’uno all’altro non esisteva il telecomando: dovevi alzarti e premere un bottone. Ma non lo facevi, perché sull’altro canale c’era “Tribuna politica” o “Orizzonti della scienza e della tecnica”. Così vedevi il film, qualunque esso fosse.”
Da LA VITA È UN FILM E DIO È IL REGISTA SUPREMO – Editoriale di Fabio Canessa (Preside del Liceo Olistico Quijote ad Aristan)

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