LABIRINTI MENTALI


Editoriale del 26 ottobre 2014

Teseo comprese ben presto che il vero labirinto non era quello che lo circondava ma quello che aveva nella testa. Osservò le circonvoluzioni archetipiche, i gherigli di noce e i germogli di felce, pensò a ciò che pensava di pensare e finì di perdersi. Non fu facile e non fu immediato. Ci vogliono stagioni e ancora stagioni ripetute per disegnare un labirinto degno di questo nome, in cui ogni uomo si perda e si contenga, per poter poi essere ritrovato e ritrovarsi. Mi sovvenne il labirinto perduto che Borges immaginava inviolato e perfetto sulla cima segreta di una montagna e che io, invece, avrei finto astrale e polveroso, incalpestato e umido come il muschio che cresce sui fianchi di quella stessa valle. Lo avrei immaginato non già di sentieri che si rivoltano intersecando rovi e rami o tantomeno fiumi, province e regni ma – come quello – labirinto di labirinti, un meta-labirinto fatto di suoni e di silenzi, di parole e pause che fanno smarrire direzione e speranza. Vedo labirinti del tempo e dello spazio, che palpiterebbero cuore e anima invano, non perché la strada sia perduta e l’uscita preclusa ma perché una persona sola diventa migliaia di migliaia e tutti possono perdersi quando credono di essere al sicuro. Comprendo perché Dedalo punisca la curiosità dell’ignoto e dell’inestricabile, non tanto per l’ardire di un uomo quanto per la sua incapacità di apprezzare ciò che, egli stesso, è: tempeste di sabbia, corsi d’acqua, tramonti e aurore ovvero altri uomini e donne, altre vite intere o a pezzi. Basterebbe chiudere gli occhi e iniziare, e poi riiniziare, a sognare. Come ho appena fatto io.

Luca Pani
(Psiconauta ad Aristan)

COGLI L’ATTIMO

da Orlando di Sally Potter- labirinto

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