L'ANGELO DI HITLER


Editoriale del 10 giugno 2019

Mea culpa, mea culpa, mea maxima culpa. Sono un idiota. Un idiota. E lo sapevano tutti, tranne me. Da sempre avevo protetto umani miti e gentili e per questo pensavo di essere fortunato. Ma non era così, la fortuna non c’entrava. Selezionavano per me umani facili per non correre rischi.
Anche la custodia di Adolf, sulla carta, sarebbe dovuta essere facile.
A quei tempi nessuno, nemmeno Grolimoth, l’arcangelo designatore, avrebbe mai sospettato che quel bambino nato nel 1889 a Braunau am Inn – una piccola cittadina austriaca – da un padre inaffidabile e da una madre malinconica, da grande avrebbe sterminato milioni di persone.
Adolf m’inteneriva, era un cucciolo infelice che amava i dolci e la pittura. Ricordo come fosse oggi il suo abbraccio interminabile a Klara, sua madre, quando gli regalò una scatola di acquerelli.
A scuola, però, andava male.
Tentò due volte di iscriversi all’Accademia di Belle Arti di Vienna, ma non lo vollero. Gli dissero che sapeva disegnare abbastanza bene gli edifici ma che non era capace di riprodurre il corpo umano. Dopo la seconda bocciatura, disperato, si ubriacò sino all’abbrutimento.
Non mi sento in colpa per gli anni della sua giovinezza. Adolf era un ragazzino mite e ispirato; ci fu un periodo in cui, addirittura, voleva farsi sacerdote. I miei limiti son venuti fuori dopo, quando nonostante alcuni segnali inequivocabili, non ho capito cosa stava accadendo nella sua mente. Avrei dovuto proteggerlo invece ero diventato quasi un suo complice. Invisibile e compiaciuto continuavo a mettermi in posa accanto a lui per ogni scatto ufficiale. L’ho detto: un idiota.
Poi venne la notte dei lunghi coltelli e smisi di non capire.
Tentai con tutte le forze un recupero, ma fu inutile. A quel punto sarebbe stata un’impresa difficilissima per qualsiasi angelo custode, figuriamoci per me.
Ero distrutto.
Dopo di lui non mi hanno più dato incarichi di protezione. Faccio qualche ambasciata, niente di impegnativo. Non m’importa. È giusto così.
Vorrei solo che l’ossessione finisse.
Continuo a rivederlo nel suo bunker, la notte del 30 aprile 1945, mentre per l’ultima volta cerca di disegnare esseri umani credibili, e non ci riesce.

Filippo Martinez (Angelo Custode)

“Adolf m’inteneriva, era un cucciolo infelice che amava i dolci e la pittura. Ricordo come fosse oggi il suo abbraccio interminabile a Klara, sua madre, quando gli regalò una scatola di acquerelli.” Da L’ANGELO DI HITLER – Editoriale di Filippo Martinez

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