L'ARTE DI MORIRE


Editoriale del 17 novembre 2020

Non sarà un caso se la prima vittima del conte Dracula, nel celebre romanzo di Bram Stoker, è un assicuratore. Il principe delle tenebre colpisce il bersaglio giusto: “l’emblema del tentativo della borghesia di sventare le potenze distruttive del fato, sempre in agguato dietro l’angolo”. Nell’illuminante introduzione di “L’arte di morire”, edito da Sellerio, Giuseppe Scaraffia ci racconta che, come un assicuratore della letteratura, nel 1935 Paul Morand decise che “era arrivato il momento di applicare la rete dell’ordine al più irriducibile degli eventi, la morte”. Se torniamo a fare i conti con l’aureo libretto scritto dall’amico di Proust è perché questo curioso duello fra il dandy e la morte sembra medicare con l’ironia la voglia di essere assicurati e rassicurati in questi giorni. Abile puzzle di citazioni d’autore e insieme lieve saggio che danza sull’abisso, scortato dalla convinzione che “l’arte di morire si perde come l’arte di vivere e per le stesse ragioni”. Invece “la morte non è la fine di tutto, ma un momento della vita” e, per imparare a familiarizzare con lei, occorre la guida di Seneca (“quanto si è infelici quando non si sa morire”) e di Montaigne (“non bisogna giudicare nessuna vita prima che sia finita”). Il problema è quello di far parte di una società che ha perduto contemporaneamente “la certezza scientifica ed il senso dell’aldilà”, incapace sia di avviarsi “verso il nulla maestosamente come gli atei del XVIII secolo” sia di andarsene “con la fremente gioia religiosa del Medio Evo”. Così, quando la tragedia della morte si abbatte su un familiare, o una malattia o un incidente ci sfiorano, ecco che il velo dell’indifferenza si squarcia e viene sostituito da un affollarsi di domande: “l’ansiosa avidità di sapere tutto”. Il nostro portavoce è l’abate Gassendi, che in punto di morte disse “Sono nato senza sapere il perché. Ho vissuto senza sapere come. Muoio senza sapere perché e come”. Nostalgico del dignitoso contegno degli antichi e invidioso della sublime naturalezza dell’animale, che si limita a nascondersi per cercare la solitudine del trapasso, Morand procede per aneddoti e frasi celebri. Memorabili alcune ultime parole famose, come quelle di Lope de Vega, che confessò “Ebbene, Dante mi annoia”, o quelle di Heine che rispose a un prete che gli garantiva il perdono di Dio “Perché no, è il suo mestiere!”. E quelle, sublimi, del grammatico Littré: “Me ne vado o me ne vo, perché l’uno e l’altro si dicono”.
Fabio Canessa (Preside del Liceo Olistico Quijote di Aristan)

“Memorabili alcune ultime parole famose, come quelle di Lope de Vega, che confessò “Ebbene, Dante mi annoia”, o quelle di Heine che rispose a un prete che gli garantiva il perdono di Dio “Perché no, è il suo mestiere!”. E quelle, sublimi, del grammatico Littré: “Me ne vado o me ne vo, perché l’uno e l’altro si dicono”.
Da L’ARTE DI MORIRE – Editoriale di Fabio Canessa (Preside del Liceo Olistico Quijote di Aristan)

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