LE CHELE DEL GRANCHIO DELLA FLORIDA


Editoriale del 10 ottobre 2013

Che i crostacei provino dolore come i mammiferi è stato provato solo di recente, sebbene le grida dell’aragosta immersa viva nell’acqua bollente già straziassero il cuore di mia nonna. La cucina è spesso crudele: cresce il numero degli intolleranti, ma la loro sensibilità è variopinta. Prendiamo il caso del granchio della Florida (Menippe mercenaria), una specie dall’esistenza tormentata. Le chele, molto grandi rispetto al corpo, gli vengono amputate sulla stessa barca che lo ha pescato. Qualcuno sente il granchio urlare. In ogni caso quel che resta del malcapitato viene rigettato nell’oceano. Un granchio su due muore dopo l’intervento, mentre ai sopravvissuti le chele ricrescono, pronte per essere nuovamente amputate.
Da Joe’s Stone Crabs, a Miami Beach, ho nel piatto sette chele “large size”, lunghe quanto il braccino di un neonato e sono a tavola con Bill Davison, un mio amico vegetariano che si appresta a divorarne il doppio. “È lecito, l’animale non viene ucciso, è come bere il latte di una mucca”, mi dice cercando di giustificarsi. Il proprietario del locale è felice: da un secolo i suoi clienti mangiano con la coscienza in pace.

Tony Cinquetti
(Etica gastronomica)

COGLI L’ATTIMO

 

da Ogni cosa è illuminata (Everything Is Illuminated 2005) di Liev Schreiber con Elijah Wood, Boris Leskin, Eugene Hutz

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