LE PERPLESSITÀ DI MIO FIGLIO


Editoriale del 3 febbraio 2020

L’arte, anche quella che tratta i soggetti più drammatici, è un piacere. Sempre un piacere. Ma per quasi tutti gli esperti la parola “piacere” non è chic. Chi gode per l’arte è definito “fruitore”.

È così in tutti i campi. A seconda dei casi, siamo “contribuenti”, “consumatori”, “vacanzieri”, “pensionati”, “utenti”, “pazienti”, “clienti”. Se non siamo politici, opinionisti, calciatori o cantanti difficilmente avremo un nome e cognome, quasi mai assurgeremo alla qualifica di uomini, donne, persone. Viviamo una natura alterata, umiliata, dispersa. È tutto uno sterilizzare, ostentare, profanare, svalutare. Il verbo “conferire” non viene più abbinato alla parola “onorificenza” ma alla parola “immondezza”. Partecipiamo a un’orgia di superlativi assoluti, di emozioni gridate, di dichiarazioni estreme, di giudizi definitivi, di intimità violate, di vergogne esibite, di verità dette e contraddette, di parole nobili mortificate dall’abuso. Stiamo perdendo l’accordatura aurea. Rischiamo di violare per sempre i 432 Hz che ci costituiscono.

Da due anni ho adottato un orfano adolescente giunto dalla lontana Costellazione della Fornace, si chiama Sglimox; è gentile e intelligentissimo. Ha imparato subito la nostra lingua e sta studiandoci perché vuole sintonizzarsi con noi. Ma non ci riesce. Fatica a trovare la ragione della nostra volgarità (lui la chiama “stranezza”). Io, per tentare di salvare la faccia, gli ho detto che scherziamo, che non ha colto il nostro senso dell’umorismo. Che quando finalmente capirà si farà due risate.

Filippo Martinez (Adozionista)

 

“Rischiamo di violare per sempre i 432 Hz che ci costituiscono”. Da LE PERPLESSITÀ DI MIO FIGLIO – Editoriale di Filippo Martinez (Adozionista)

 

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