LE REINCARNAZIONI AD ARISTAN


Editoriale del 15 gennaio 2020

Il tema del “doppio” è stato approfondito in modo mirabile da Fëdor Dostoevskij, che ne ha messo in risalto la duplice valenza. La prima è quella trattata nel romanzo giovanile, “Il sosia”, del 1846, dove il “doppio” è tutto introiettato, rivolto verso di sé e costituisce un’inquietante compagnia che induce a vedere in ogni interlocutore se stesso, come in uno specchio.
Il secondo modo d’intendere il doppio è quello trattato nel “Fratelli Karamazov”, l’ultimo grande romanzo della scrittore russo, del 1879. Qui il “doppio” è invece l’interlocutore ideale e ottimale, quello capace di immedesimarsi nell’altro e di coglierne e comprenderne anche ciò che a lui stesso risulta incomprensibile. L’”alter ego”, in questo caso, è rappresentato dallo ‘starec’ Zosima, una figura eccezionalmente sensibile, aperta e comprensiva al massimo grado possibile verso la vita, i problemi e i pensieri degli altri.
A questa seconda idea di “doppio” si ispirò l’idea delle “Reincarnazioni”, messa in pratica a Santu Lussurgiu dal 13 al 16 dicembre del 2012, dove sette esseri umani hanno “reso la Grazia” ad altri sette, che la banalità dell’anagrafe (solo quella, però!) ha dichiarato morti, ma che in realtà sono immortali per l’impronta di sé lasciata nel mondo. La sfida affrontata dai sette impavidi (o incoscienti) diedero, per un’ora ciascuno, immagine e voce a Remundo Piras, al re spartano Leonida, a John Lennon, a Billie Holiday, a Pavel Florenskij, a Salvatore Satta e a Lucio Battisti (Wlliam Faulkner fu fermato all’ultimo momento dalla neve a Milano) era da far tremare le vene e i polsi. Si trattava di riuscire a entrare nelle vesti e nell’anima di questi grandi uomini come lo starec Zosima faceva con ogni interlocutore in cui s’imbatteva, carpendone i lati più intimi e rendendone partecipi gli altri.
Il pubblico si immedesimò, ci credette, si rivolse sempre non all’”alter ego”, ma al personaggio che egli si era incaricato di riportare in vita. Segno che il gioco riuscì pienamente.

Silvano Tagliagambe (Iconologo di Aristan)

 

“Il secondo modo d’intendere il doppio è quello trattato nel “Fratelli Karamazov”, l’ultimo grande romanzo della scrittore russo, del 1879. Qui il “doppio” è invece l’interlocutore ideale e ottimale, quello capace di immedesimarsi nell’altro e di coglierne e comprenderne anche ciò che a lui stesso risulta incomprensibile”. Silvano Tagliagambe (Iconologo di Aristan)

 

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