LE VERGINI GIURATE


Editoriale del 1° settembre 2021

Di Vergini Giurate in Albania ne sono rimaste poche, forse un centinaio, e la più giovane, Duni (al secolo Gjystina Grishaj) ha 56 anni; segno che negli ultimi decenni le cose sono cambiate anche nei borghi più isolati delle Montagne Maledette. Fino a 50 anni fa nei paesini delle Alpi albanesi le donne erano destinate a una vita di completa sottomissione al maschio e di abnegazione alla famiglia.  Lo stabiliva il Kanun, l’antico codice che ha regolato la vita sociale albanese per più di 500 anni. Il Kanun non riconosceva alla donna nessun diritto, solo doveri “… la donna è un piccolo otre fatto per sopportare pesi e fatiche”; le donne non potevano prendere decisioni, né esercitare alcun potere, neanche quello di gestire le proprietà e il patrimonio dopo la morte del capofamiglia.  Le ragazze dovevano sposare l’uomo scelto dal padre e se il padre lo perdevano prima che il matrimonio fosse combinato, erano destinate, assieme al resto della famiglia, alla fame e all’isolamento sociale. Nessun diritto, nessuna libertà, nessuna possibilità di scelta. Tranne una: diventare uomo; o meglio una donna-uomo, una burrnesh, una Vergine Giurata. Pronunciato il giuramento di castità perenne davanti ai 12 uomini più importanti del clan familiare, tagliati i capelli, appiattito il seno con delle fasce, indossati abiti da uomo, scelto un nome maschile, le burrneshe acquisivano tutte le libertà e i poteri negati alle donne: rifiutare il matrimonio perché non volevano l’uomo scelto dal padre, o perché spaventate dalla prospettiva di una vita di “pesi e fatiche”, oppure perché non interessate ai maschi. Le burrneshe potevano anche gestire il patrimonio assicurando la sopravvivenza alla famiglia e un marito alle proprie sorelle; senza contare la libertà di spostarsi da sole, di fumare e di bere il raki, la grappa locale, chiacchierando con gli uomini del villaggio. Con, in più, il rispetto di tutta la comunità.  Scelta forzata? Invenzione folle? Soluzione grottesca e brutale? Neanche tanto se pensiamo ai sistemi adottati altrove, anche in questi giorni, per contenere l’anelito delle donne all’indipendenza e alla parità dei diritti. Infatti, nei racconti e nelle interviste, nessuna burrnesh parla mai di pentimento per la scelta fatta in passato, né di rimpianto per la donna che non è stata. Il rimpianto delle burrneshe è per il presente, per la donna che avrebbero potuto essere ora che il Kanun è quasi dimenticato e non condiziona più niente, neanche tra i monti del nord dell’Albania. Tranne quello che resta della loro vita.

Marianna Vitale (Spigolatrice di Aristan)

 

“Nessun diritto, nessuna libertà, nessuna possibilità di scelta. Tranne una: diventare uomo; o meglio una donna-uomo, una burrnesh, una Vergine Giurata. Pronunciato il giuramento di castità perenne davanti ai 12 uomini più importanti del clan familiare, tagliati i capelli, appiattito il seno con delle fasce, indossati abiti da uomo, scelto un nome maschile, le burrneshe acquisivano tutte le libertà e i poteri negati alle donne.”
Da LE VERGINI GIURATE – Editoriale di Marianna Vitale (Spigolatrice di Aristan)

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