LE VIE DELLA FICTION SONO INFINITE?


Editoriale del 14 febbraio 2017

La notizia che Canale 5 sia già al lavoro per preparare una fiction sulla tragedia abruzzese dell’hotel Rigopiano ha provocato la reazione indignata dei sopravvissuti e dei parenti delle vittime, nonché sdegnate polemiche da parte di tutta la stampa. L’accusa è quella di sciacallaggio: un meschino tentativo di fare audience speculando su 29 morti, il punto di non ritorno della esecrata tv del dolore. Che l’annuncio sia stato dato da Pietro Valsecchi, il produttore dei Soliti Idioti e di Checco Zalone, non ha tranquillizzato gli animi: un manager del box office più commerciale non sembra il più adatto a fornire garanzie di scrupolo etico, rispetto umano e rigore della ricostruzione. Siamo sicuri che se l’idea fosse venuta a Marco Paolini, straordinario autore della messinscena teatrale della tragedia del Vajont, lo scandalo non sarebbe scoppiato. Anche il titolo della serie, “La valanga”, richiama più il logoro genere catastrofico che le filmografie di Francesco Rosi ed Elio Petri, di marca sociale e civile doc. Eppure l’alzata di scudi preventiva ci pare sproporzionata all’evento: negli Stati Uniti, molti film hanno raccontato l’11 settembre all’indomani di quel traumatico evento e non solo nessuno ha fatto una piega, ma addirittura quei prodotti sono stati elogiati unanimemente per il merito di esaltare l’eroismo dei soccorritori, di portare alla luce le storie delle vittime al fine di celebrarne il ricordo e di accollarsi l’onore e l’onere di perpetuare lo svolgimento di quei fatti a futura memoria, in chiave di denuncia e monito. Non potrebbe accadere lo stesso con la fiction italiana? Conoscendo i nostri polli della tv, neanche noi metteremmo le mani sul fuoco che il risultato sarà eccellente e potremmo anche accettare il processo alle intenzioni; ma stavolta, più che processate, le intenzioni sono già state condannate con un disprezzo degno di miglior causa. Comprendiamo la diffidenza di sopravvissuti e parenti degli scomparsi, ma anche crocifiggere fin da ora come avvoltoi i cineasti (fino a prova contraria in buona fede) ci sembra una forma di sciacallaggio e di strumentalizzazione. Forse l’annuncio è stato dato troppo presto, sarebbe stato magari più prudente far sedimentare il lutto, dimostrando maggiore sensibilità per far cicatrizzare ferite ancora aperte. Ma l’episodio è utile per riflettere sul delicato rapporto tra fiction e verità, tra la cronaca di bruciante attualità e la sua trasfigurazione artistica, tra il tempo reale della morte e quello perennemente immortalato dal cinema. Sine ira ac studio. Le vie della fiction, come quelle del Signore, sono infinite. Se verrà fuori una porcheria, come pensano (con qualche ragione) quelli convinti al contrario che le vie della fiction (italiana) siano finite, la criticheremo aspramente. Ma impedire che la girino sa di attentato alla libertà. Che non è un comportamento più simpatico di quello dei (presunti) sciacalli.

Fabio Canessa
(preside del liceo olistico “Quijote”)

Siamo sicuri che se l’idea fosse venuta a Marco Paolini, straordinario autore della messinscena teatrale della tragedia del Vajont, lo scandalo non sarebbe scoppiato

bestemmie e sintassi – da Il racconto del Vajont – Orazione civile – è un monologo teatrale del 1993 di Marco Paolini.

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