L'ELITE DI SANREMO CONDANNA BARABBA


Editoriale del 12 febbraio 2019

L’Italia musicale riflette quella politica, e Sanremo riflette alla perfezione l’Italia musicale. Infatti, come il governo gialloverde, ha navigato dall’inizio alla fine tra divisioni e polemiche e, come il governo gialloverde, ha mantenuto il consenso della maggioranza degli italiani, con ascolti record e facendo parlare di sé per l’intera settimana. Inaugurato dal contrasto sui migranti tra Baglioni e Salvini, si è chiuso con la protesta della platea dell’Ariston all’annuncio dei vincitori, indignata perché Loredana Bertè era solo al quarto posto, e con la rabbia di Ultimo, che si chiama così ma è arrivato Secondo, per essere stato privato della vittoria dalla giuria di esperti. Infatti per il televoto sarebbe arrivato lui al primo posto e Il Volo al secondo. Invece i giudici addetti ai lavori hanno rovesciato il verdetto e incoronato Mahmood. Insomma, il problema è sempre il solito: bisogna farci guidare dall’élite oppure la vera democrazia è quella gestita dal popolo? È meglio affidarci ai critici snob che si sono sdilinquiti per la trasgressione soft di Achille Lauro, una versione dandy della “Vita spericolata” di Vasco Rossi, dal testo pop e dalla musica rock’n roll, oppure abbracciare il gusto kitsch della maggioranza, quella giovane che scambia Ultimo per Primo e invece sarà all’incirca Terzultimo, e quella più attempata, beata dei gorgheggi del trio post-bocelliano erede di pizza, mandolini e Claudio Villa? Se l’élite fosse stata all’altezza dei tempi non avremmo i populismi e i sovranismi che tanto impensieriscono il conformista medio, però se si fa scegliere il popolo vincono Salvini, Il Volo, Ultimo e Barabba. Magari l’aggiunta di una giuria di esperti avrebbe potuto salvare Gesù. La questione è complicata perché, portando il ragionamento alle estreme conseguenze, si rischia di concludere che la democrazia non sia proprio tutta questa gran cosa, idea che ci spaventa perfino pensare dentro di noi. E anche se avessimo il coraggio scellerato di schierarci per la dittatura dell’élite, di questi tempi non è aria di smaniare per essere comandati da qualcuno, vista la penuria non dico di leader carismatici ma di personalità con un minimo di autorevolezza. A meno di non puntare su Claudio Baglioni anche per il governo dello Stato, dopo che ha governato così bene Sanremo. Il suo Festival d’autore ha spazzato via le edizioni dei vari Conti, Fazio, Bonolis & Co. nelle quali si promuovevano le trasmissioni di RaiUno e i film in uscita, tra un’esibizione e l’altra di Michele Zarrillo e Flavia Fortunato, cantanti che, concluso Sanremo, finivano negli scatoloni in cantina, come le statuine del presepio, per uscirne solo al Sanremo successivo. Il Festival 2019, invece, ha ben sfruttato il ritorno del sistema proporzionale, rispecchiando il panorama musicale nostrano, con cantautori e rapper, conservatori e innovatori, vecchie glorie e nuove promesse. Ognuno ha la sua fetta di fan, che si è incazzata perché voleva sul podio i propri beniamini. Noi, per esempio, avremmo fatto vincere Daniele Silvestri (una performance di forte impatto, ispirata e al passo coi tempi), Simone Cristicchi (il testo più bello degli ultimi 50 Sanremi) e Arisa (un musical bonsai con la gioia di cantare e di esistere). E al quarto posto, facendo la figura degli stronzi come i giurati veri, Loredana Berté. Al quinto i Negrita, al sesto Mahmood, al settimo Achille Lauro. Poi Irama, ma solo perché abbiamo visto l’ottimo video di Matteo Martinez…

Fabio Canessa (Preside del Liceo Olistico Quijote di Aristan)

Noi, per esempio, avremmo fatto vincere Daniele Silvestri (una performance di forte impatto, ispirata e al passo coi tempi) da L’ELITE DI SANREMO CONDANNA BARABBA – Editoriale di Fabio Canessa

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