LIMBO


Editoriale del 19 maggio 2019

Quando il bagliore delle lamiere mi ha investito ho impiegato qualche secondo a dare forma alla distesa di grigio. Migliaia di cassonetti della spazzatura dismessi, allineati in uno sterrato alle spalle del porto, in pieno centro ma dietro le quinte del passeggio. Mi ha stupito non essermi mai domandata che fine avessero fatto. Eppure trascorro qualche minuto ogni sera a guardare dal balcone gli ultimi rimasti di fronte al mercato. Sono brevi intervalli di vedetta, la notte. Le macchine accostano già a fari spenti, scaricano e ripartono. Qualcuno dai palazzi urla. I rifiuti sono affari locali. A ciascuno i suoi. La tardiva coscienza ecologista della differenziata un po’ ha ci ha trasformato in cittadini, un po’ in fuorilegge insonni disposti a tutto pur di disfarsi dell’umido (e magari di un vecchio televisore), comprese incursioni oltre il quartiere. Lo sterrato dietro il porto è il limbo dei cassonetti. Presto non useremo più la parola e spiegheremo ai bambini di quando incoscienti sversavamo senza distinzione di materia, come ha fatto mia madre raccontandomi degli anni Cinquanta: ciascuno sull’uscio del proprio appartamento col bidone di casa e via nel sacco di un uomo che raccoglieva lo scarto dei palazzi e lo caricava sulle spalle, senza che nessuno si chiedesse dove andassero, l’uomo e il sacco. A New York, anni fa, mi era sembrato buffo che i condomini, in pigiama sul pianerottolo, riversassero fetori e mollezze lungo un tubo che correva giù per infiniti piani. Anche allora non mi ero chiesta cosa sarebbe successo una volta che le colonne avessero raggiunto la massima capienza. Quando abbiamo iniziato a pensare che i rifiuti una volta spariti cessino di esistere? Nel medioevo a orari stabiliti era possibile vuotare in strada gli orinali, previo grido di avvertimento. Con l’urbanizzazione si è iniziato ad accumulare i rifiuti lontano dalle città, tutelando igiene di mercati e pubbliche piazze. Ma è a Londra che nasce il cassonetto, nell’Ottocento. Mi rallegra differenziare. Mi preoccupa però l’aspetto linguistico. Anche Buffon deve essere ossessionato dalla questione. Per questo, riferendosi a un arbitro in occasione dell’esclusione della Juventus dalla Champions League, ha detto: «ha un bidone della spazzatura al posto del cuore». Voleva che il senso di ingiustizia non perdesse pregnanza nel tempo. Un mastello dell’umido al posto del cuore. Forse questo intendeva.

Eva Garau (Precaria di Aristan)

anni Cinquanta: ciascuno sull’uscio del proprio appartamento col bidone di casa e via nel sacco di un uomo che raccoglieva lo scarto dei palazzi e lo caricava sulle spalle, senza che nessuno si chiedesse dove andassero, l’uomo e il sacco (da LIMBO – Editoriale di Eva Garau)

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