L'INVENZIONE DELLA VERITA'


Editoriale del 4 dicembre 2018

Centodieci anni fa, il primo maggio 1908, nasceva a Fontanelle di Roccabianca Giovanni Guareschi, in una casa che era anche sede della Cooperativa Socialista. In occasione della festa dei lavoratori, il sindacalista Giovanni Faraboli, capo dei socialisti locali, interruppe il suo comizio per mostrare, dalla finestra del palazzo, il neonato al popolo, esclamando: “Compagni, oggi è nato un nuovo campione dei socialisti”. La previsione era sbagliata, ma Faraboli fu il modello del personaggio immortale di Peppone. A mezzo secolo dalla sua scomparsa, venerdì prossimo, a Busseto, uno dei maggiori scrittori italiani e degli umoristi più completi del nostro Novecento sarà festeggiato coi ricordi di chi l’ha conosciuto. Se, quando morì nel 1968, il mondo culturale negava alla scrittura umoristica lo status di letteratura vera e propria fu per la seriosa ottusità da cui era afflitto, che gli impediva di gustare la ricchezza inventiva, nutrita di ironia e intelligenza, di un fuoriclasse di genio: l’inventore di Don Camillo e Peppone, gli unici personaggi della nostra letteratura, insieme a Pinocchio, fissati per sempre nell’immaginario di tutti, più vivi dei vivi. Ma allora la libertà della poetica umorista era mortificata dal culto gretto di un naturalismo che esaltava gli esercizi di chi si limitava a riprodurre una copia della realtà. La scelta culturale di Giovannino fu invece, in coraggiosa controtendenza, quella di rimanere fedele a una spregiudicatezza dissacrante, nutrita di paradossi e fantasticherie, con il talento poliedrico tipico del sottobosco del giornalismo umoristico, fiorente a Parma negli anni Venti e Trenta, che costituì la tradizione sulla quale si innestò la vocazione del papà di don Camillo. Quella fertile produzione di numeri unici di riviste straordinarie ispirò la formazione anche di Federico Fellini, grazie ad almeno due generazioni di pittori di talento che furono i maestri del futuro vignettista del Candido e del Bertoldo (da Latino Barilli a Nullo Musini, da Cesare Gobbo a Carlo Mattioli). Mi aspetto che gli amici superstiti di Guareschi, venerdì prossimo, ricostruiscano, attraverso fatti e aneddoti della “bohème parmigiana” dei giovani dell’epoca, la puntuale registrazione delle tappe di una biografia esaltante: dalla travagliata adolescenza all’incontro provvidenziale con un insegnante come Cesare Zavattini, dalle prime macchiette ispirate ai cittadini di Parma alle prove narrative della giovinezza. E poi le riviste che per “il giornalista in bicicletta” furono le palestre della sua satira contro la modernità e i luoghi comuni, come le vignette, gli autoritratti caricaturali quasi chapliniani, la scelta dei bersagli che si esponevano allo sguardo fulminante di Giovannino: i caffè letterari, gli artisti e gli intellettuali, ma anche la gente comune, le piazze, le vie e i monumenti della città. Fino a “La scoperta di Milano”, titolo del primo romanzo e riprova dell’impossibilità di recidere il cordone ombelicale che lo legava a Parma, la nostalgia della quale segnerà l’intero suo percorso artistico. Se leggerete il surreale “Il destino si chiama Clotilde”, il fantastico “La calda estate del pestifero” o un libro qualsiasi della serie di “Don Camillo”, scoprirete uno scrittore e illustratore di portata universale e dall’estro inesauribile. Capace di liquidare il rapporto tra realtà e letteratura con una fulminante dichiarazione, che, dopo aver rivelato il dna degli italiani con il prete e il comunista, definisce il dna dell’arte: “Io, Giovannino Guareschi, seguendo l’insegnamento del grande Verdi, mi sono limitato a inventare il vero”.

 

Fabio Canessa (Preside del Liceo Olistico Quijote di Aristan)

l’inventore di Don Camillo e Peppone, gli unici personaggi della nostra letteratura, insieme a Pinocchio, fissati per sempre nell’immaginario di tutti, più vivi dei vivi(da L’INVENZIONE DELLA VERITA’, editoriale di Fabio Canessa)

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