LIQUIDO DI CONTRASTO


Editoriale del 24 novembre 2019

Come un albero che sente di moltiplicarsi in ramificazioni sempre più esili fino alle estremità, eppure tenuto insieme dalla trama irregolare delle estensioni periferiche e dimenticate; ricamo labile e pronto a ricostituirsi a ogni lacerazione. Così, nella posizione da salame in stagionatura rassegnata, si sta dentro il tubo della TAC e in quello della risonanza magnetica nell’istante in cui il liquido di contrasto si annuncia nel boccione della flebo con un gorgoglio d’acqua gassata e inizia a penetrare il corpo. Ha la potenza di un fiume carsico che entra e scava, viaggia per progressione scalando di potenza e scava e infiamma. “Siamo pronti a procedere con l’esame”. “Cosa devo aspettarmi?”. “Niente, prendiamo delle immagini del suo corpo”. Dentro e fuori, con scarrellata meccanica e voce preregistrata che decide il ritmo del respiro. Non avrei saputo rispondere al fuoco del liquido di contrasto se non fossi stata pronta. Un fiume lavico in scioglimento da braccio a petto, allo stomaco e poi giù in rigoli infiniti che dipartendo dal principale riempiono, cosa non si capisce. Le vene, le viscere, le caverne ignote tra organo e organo, i tessuti molli che se lo bevono colmando ogni porosità mentre la vampa scende. Alla vescica non resta dubbio: lo sbocco a mare è avvenuto. Un allargarsi e allagarsi e il responso è chiaro: te la sei fatta addosso in proporzioni bibliche. Nel calore confuso il dato certo è che tutto è sommerso e imbambolato, come un piede dimenticato troppo a lungo sotto una gamba. Ma è un pensiero debole, una consapevolezza blanda sbalzata nella testa da una sequenza di pensieri circolari. Il corpo tutto insieme sprofonda nell’ovatta e si arrotola lento in loop nella melodia lontana di Comfortably Numb. “Hello? Is there anybody in there? Just nod if you can hear me. Dicono che non stai bene, bene, posso placare il tuo dolore, ma ho bisogno di alcune informazioni prima, i fatti principali, dove ti fa male, me lo puoi mostrare? Non c’è alcun dolore, ti stai allontanando, il fumo di una nave distante all’orizzonte, stai solo attraversando le onde, vedo le tue labbra muoversi ma non sento cosa dici”. Sono pochi secondi. Il liquido di contrasto si spegne mentre scorre, non lascia niente al passaggio, se non una vampa immaginaria, un rossore interno, un ricordo vago di un tremore, l’ignoto del viaggio quando il viaggio è concluso ma non si è ancora varcata la soglia della città. La calma placida degli occhi bovini del medico che ti viene incontro. Le parole porose su come le cose non identificate nei tuoi organi abbiamo reagito al contrasto. Non mi ricordo se è bene o male che riflettano o assorbano, non mi ricordo il nome sul camice, né il tragitto per riportare al piano la cartella clinica. Ricordo il ritornello di Comfrotably Numb e che l’attesa ha il sapore del metallo e lo sfinimento della corsa. L’ho detto alla giovane infermiera in reparto. Ma non conosceva i Pink Floyd. 

 

Eva Garau

(Precaria di Aristan)

 

Ricordo il ritornello di Comfrotably Numb e che l’attesa ha il sapore del metallo e lo sfinimento della corsa (da LIQUIDO DI CONTRASTO – Editoriale di Eva Garau)

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