LO SCIOPERO DEI CALCIATORI DANESI


“Nessun uomo è un’isola. Ogni uomo è una parte del tutto”.
                                                                                     John Donne

C’è del marcio in Danimarca (“Something is rotten in the state of Denmark”)? Secondo l’ufficiale danese Marcellus, che così si esprime nell’Atto I dell’Amleto di William Shakespeare, sembrerebbe di sì. Sta facendo scalpore la notizia del rifiuto dei giocatori danesi di scendere in campo per la loro nazionale, causa il mancato accordo sui loro eventuali premi e sulla gestione dei diritti d’immagine e degli accordi commerciali. La notizia è stata diffusa come uno “sciopero” messo in atto dai giocatori danesi più noti (gente che ha contratti per svariati milioni di euro) e che ha costretto l’Unione Calcistica Danese (DBU) a convocare addirittura undici forti giocatori di “Futsal” (il calcio a cinque), per affrontare i prossimi impegni (Slovacchia e Galles) nella neonata Nations League. In genere quando i giocatori di calcio ventilano uno sciopero ai più viene da sorridere, specie se andando indietro nella storia si scopre che il primo sciopero generale in Italia venne indetto nel 1904 per protesta contro l’eccidio di quattro minatori sardi di Buggerru, presi a colpi di fucile dall’esercito regio. L’astensione dal lavoro avviene, in genere, per costringere “gli affittuari delle prestazioni professionali” ad apportare migliorie sulle condizioni di lavoro. Ora resta davvero difficile parlare di migliorie sulle condizioni di un lavoro, già per sua natura fortunato e privilegiato, come quello di un calciatore; e si rimane davvero sconcertati quando queste migliorie vengono invocate per delle partite della nazionale. Sembra sia passato definitivamente il tempo in cui la possibilità di servire la Nazione era da considerarsi un onore senza pari, un qualcosa da poter raccontare un giorno ai nipoti davanti ad un camino acceso e con gli occhi pieni di orgoglio. In questa età intrisa di relativismo nichilista, sembrano contare ormai solo i soldi e quanti di questi ne riusciamo ad accumulare nel corso delle nostre esistenze professionali. Non appaia, questo, un banale lamento retorico o un facile tentativo di far indignare la gente; in gioco c’è ben altro. Il mercato delle sponsorizzazioni “dirette” attorno al mondo dello sport ormai sta apprestandosi a sfondare il muro dei cento miliardi di dollari, e questo senza voler considerare il giro pubblicitario e di abbonati disposti a pagare, generati dall’indotto televisivo. Soldi difficili da calcolare nella loro esatta entità. Tutto è cominciato a cambiare, nel calcio, quando Adi Dassler (geniale calzolaio tedesco e fondatore del marchio Adidas) mise ai piedi dei calciatori tedeschi le mitiche scarpe con le tre strisce laterali nella finale dei campionati del mondo di Berna del 1954, contrò l’Ungheria di Puskas e Hidegkuti. Anche allora i giocatori, allettati dalle proposte economiche di Dassler, minacciarono di non scendere in campo se la loro federazione non avesse firmato il contratto di sponsorizzazione che ancora oggi lega le squadre nazionali teutoniche all’azienda bavarese. Oggi l’Adidas è una multinazionale (suo è anche il marchio Rebook) dal fatturato di 24 miliardi di euro e che ha allargato le sue forme di sponsorizzazioni anche ai più noti personaggi del lifestyle. Con la quasi totale abolizione delle partite amichevoli e l’invenzione della Nations League con le sue partite ufficiali, l’Uefa sta monetizzando in toto (con diritti tv e sponsor) le gesta delle rappresentative nazionali. La Nations League è l’ultima invenzione lasciata da Michel Platini, prima di essere travolto dallo scandalo finanziario che lo ha costretto a lasciare la presidenza dell’Uefa; e si capisce bene come il risultato è sempre lo stesso da Adi Dassler in poi: non lasciare invenduto tutto quello che si può vendere del mondo dello sport. Con queste premesse, appaiono comprensibili le pretese economiche dei giocatori danesi. In fondo sono loro i protagonisti dello spettacolo calcio. La famiglia Dassler è diventata straordinariamente ricca grazie a gente come loro. Le aziende manifatturiere che si espandono grazie alla visibilità che lo sport da ai loro marchi, dando così lavoro a migliaia di persone, è a gente come i calciatori danesi che deve gran parte di tutto. Quindi, a fronte di un analisi forse fin troppo frettolosa e superficiale, dovremmo essere tutti pronti a esprimere solidarietà ai campioni scandinavi. Ma ci sono diversi ma da considerare in questa storia per niente edificante. Il primo ma riguarda chi, di fatto, sono i veri portatori d’acqua di tutto il castello economico ormai creatosi intorno allo sport, e cioè i tifosi. Sono i tifosi a spendere il denaro che consente a tutti, aziende e atleti (e tv comprese), di far lievitare fatturati e conti in banca. Far scendere in campo una nazionale inadeguata all’evento (si ricordi che la Nations League assicurerà quattro posti al prossimo Campionato Europeo), è una totale mancanza di rispetto verso quelle persone che, grazie alla loro passione e al loro amore verso la nazione, permettono a tutti (calciatori, procuratori, dirigenti, aziende, tv, ecc) di godere di privilegi e onori difficili da calcolare, consentendogli lo svolgimento di vite alquanto piacevoli. Un altro ma, non meno importante, è la totale perdita di memoria quando ci si trova di fronte ai propri interessi. è facile dimenticare, quando in ballo ci sono tanti soldi, di fare alcune considerazioni di carattere etico, che forse farebbero arrossire un po’ di vergogna questi giovani uomini (perché tali sono i calciatori) e probabilmente li indurrebbero a mitigare un po’ le loro pretese. Si parta da una domanda: quanto pesano una nazione e la forza delle sue strutture sportivo/educative, nel far diventare un bambino pieno di sogni di gloria, un campione? Se non ci fossero campi di calcio, allenatori che in modo del tutto gratuito si preoccupano per pura passione di gestire il calcio dell’infanzia, se non ci fossero dei campionati organizzati dalle strutture sportive, se non ci fossero i finanziamenti a vario titolo che una nazione dà allo sport; se non ci fossero tutte queste variabili, davvero si pensa possano svilupparsi dei campioni? Ovviamente no, non potrebbero svilupparsi. Quindi il campione ha una nazione con le sue strutture e i suoi soldi (quindi i soldi di tutti) dietro le spalle, che gli ha consentito di realizzarsi come sportivo, consentendogli di strappare ricchi ingaggi alle squadre professionistiche in cui milita. Quest’epoca caratterizzata dallo sfrenato individualismo, ha rimosso il concetto di “comunità” come necessario deterrente dai pericoli derivanti dal narcisismo sociale. è la comunità, se adeguatamente rappresentata, che può riportare ognuno di noi con i piedi per terra, richiamandoci costantemente ai nostri doveri e alle nostre responsabilità. Dare indietro alla comunità, e del tutto gratuitamente, una piccola parte del molto ricevuto dalla comunità stessa dovrebbe essere un’aspirazione posta in automatico dal nostro comune sentire. Se si ritiene ciò un’aspirazione corretta del nostro vivere, ne dovrebbe discendere che una prestazione professionale data per una rappresentativa nazionale, non può essere oggetto di una qualsiasi forma di remunerazione economica. Anzi, tutti i proventi generati da una rappresentativa nazionale dovrebbero essere messi a disposizione della federazione sportiva di riferimento, al fine di finanziare le necessarie attività sportive amatoriali per poter consentire ad altri giovani di praticare attività sportiva. Ciò si chiama responsabilità verso una comunità che ti ha consentito, con la sua forza, di farti arrivare al vertice piramidale di una professione. Il giocatore preservi un valore etico e comunitario almeno quando gioca in nazionale, visto che ha molti altri ambiti dove esercitare la giusta e cospicua monetizzazione del suo talento sportivo. Fa bene la federazione danese a non volersi piegare ad appetiti mai sazi, rischiando di sacrificare una qualificazione europea in nome di un principio che per tutti dovrebbe essere inderogabile: non si possono monetizzare all’infinito anche i sentimenti di una comunità. Alla fine del film “Salvate il soldato Ryan”, un morente Tom Hanks dice a Matt Damon con l’ultimo alito di voce rimasto: “Meritatelo”. Matt Damon, la cui salvezza è costata la vita a gran parte del plotone comandato da Tom Hanks, molti anni dopo, davanti alla tomba del suo capitano su un prato verde della Normandia, sente il bisogno disperato di chiedere alla moglie: “Mi sono comportato bene? Sono stato una brava persona?”. Molti oggi pensano che il successo dipenda solo dal loro talento e dalla loro volontà, dimenticandosi che a quel loro talento e a quella loro volontà è stata data un’opportunità: dalle loro famiglie, dalle loro comunità, dalle loro nazioni. Invito i giocatori danesi a meritarselo, perché essere una brava persona, alla fine di tutto, dovrebbe sempre valere la pena.

Di Anthony Weatherill
(ha collaborato Carmelo Pennisi)

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