LO SPECIFICO DELLA FOTOGRAFIA


Editoriale del 14 luglio 2020

Specifico” è un aggettivo, ma anni fa era spesso usato come sostantivo per indicare il DNA, l’essenza, la caratteristica peculiare, la sostanza ultima, quasi l’entelechia aristotelica di qualcosa: cogliere lo specifico cinematografico, teatrale, televisivo significava agguantare il nocciolo di quelle forme, artistiche o mediatiche, che sono il cinema, il teatro o la televisione. Da tempo non ho più sentito quest’espressione, che mi è tornata in mente leggendo “Il giorno del giudizio”, un fulminante librettino di Giorgio Agamben (edito da nottetempo) che ha il merito di mettere a fuoco genialmente lo specifico della fotografia come il “luogo del Giudizio Universale”. Non per un particolare valore estetico, ma per la carica di significato che assume qualsiasi gesto immortalato dall’obiettivo della macchina fotografica. Per quanto banale o irrilevante sia l’espressione di un uomo ritratto da un‘istantanea, egli è archiviato per sempre in quell’atteggiamento. Che inevitabilmente “compendia e contrae in sé il senso di tutta un’esistenza”. Come l’Ade pagano, in cui le ombre dei morti che ripetono incessantemente il medesimo gesto significano l’”infinita ricapitolazione di un’esistenza”, la foto sottrae quel momento al tempo cronologico e lo trasferisce a un altro tempo, compiendo il miracolo di “cogliere il reale che si sta perdendo per renderlo nuovamente possibile”. Con un’alchimia così struggente da rovesciare il punto di vista: non siamo più noi a guardare la foto, ma è colui che in essa è ritratto a guardarci, esigendo attenzione e suscitando la nostra curiosità. Agamben ci mostra un vecchio dagherrotipo e cinque foto di Mario Dondero, cita l’amato Walter Benjamin che, a proposito dell’opera di Cameron Hill, scriveva che “l’immagine della pescivendola esige il nome della donna che un tempo è stata viva” e, attraverso una geniale serie di esempi (dai gemelli di Kafka a Pinocchio, dallo slittino Rosebud di “Quarto potere” di Orson Welles all’omino gobbo di Benjamin), rivela quanto l’incessante lavorio del divenire e l’inevitabilità dell’oblio (oblio a cui tutto e tutti siamo destinati) siano l’unica e vera ragion d’essere dell’arte fotografica. Per concludere con la suggestiva riflessione che “ciò che il perduto esige non è di essere ricordato o esaudito, ma di restare in noi in quanto dimenticato, in quanto perduto e, unicamente per questo, indimenticabile”. Ecco lo specifico della fotografia, semplice e miracoloso, illusionista come un gioco di prestigio e ambiguo come l’arte: rendere visibile ciò che è perduto, far palpitare come indimenticabile ciò che è irrimediabilmente dimenticato.

Fabio Canessa (Preside del Liceo Olistico Quijote di Aristan)

 

Ecco lo specifico della fotografia, semplice e miracoloso, illusionista come un gioco di prestigio e ambiguo come l’arte: rendere visibile ciò che è perduto, far palpitare come indimenticabile ciò che è irrimediabilmente dimenticato (da LO SPECIFICO DELLA FOTOGRAFIA – Editoriale di Fabio Canessa )

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