LOCOS


Editoriale del 12 marzo 2021

Pocos locos y male unidos. Cos’ha di così negativo il termine locos? In se stesso niente, a meno che non precluda a un ricovero immediato dietro certificazione medica. Ci sono però stati dei casi di persone internate in manicomio che hanno dimostrato grandi qualità una volta fuori nella società normale.
Il sardo maccu non significa necessariamente pazzo, e in questo senso il loco spagnolo si avvicina al maccu sardo, che può essere anche birbante, come uno del mio paese, Peppino Mureddu buonanima. Era sempre inaspettato nelle sue uscite, lo faceva per divertire e per divertirsi, come quando sbucava a cadd’e s’ainu (a cavallo dell’asino) seduto al contrario nelle feste importanti. Mai fatto male a nessuno e neanche a se stesso. Si ricordano di lui alcune risposte che fanno pensare che volesse essere matto quando lo voleva lui.
Per gli indiani i matti erano il tramite della divinità, uomini liberi da schemi logico pratici. Venivano rispettati ed erano benvoluti.
Il termine viene usato talvolta con orgoglio sincero, in qualche caso troppo euforico, quasi incontrollabile anche da persone che definiamo normali. Diciamo infatti che siamo pazzi d’amore, senza controllo, che vorremo gridarlo al mondo, come se gliene fregasse qualcosa, pazzi per la squadra del cuore, pazzi per i malloreddus alla campidanese. Fare una pazzia significa agire fuori routine, senza stare troppo a ragionarci su. I latini dicevano che licet insanire, basta che si sappia che è uno strappo alla regola e non dalla regola.
È uno di quei termini dalla doppia estensione: positiva se riferita a un aspetto particolare, un momento, un episodio, negativa se implica l’integralità di una persona e la molteplicità dei suoi gesti. E anche ciò potrebbe non bastare per renderla esecrabile, e infatti si è munita di un maggiorativo che la identifichi come eccezione: maccu furiosu (pazzo furioso), anche maccu maccu, maccu comenti unu quaddu, come un cavallo (quaddu maccu ovviamente).
Un tempo i “macchiori”, come soprannome, si sprecavano, c’era sempre qualche macchillottu, fare unu macchimene era una sortita senza danni. C’erano anche is allegronis, ragazzi che trovavano sempre qualcosa di fantasioso al limite, da fare molto spesso a spese dei “figli di papà” che si sarebbero rifatti da adulti.
La pazzia è grande ingrediente teatrale, come tema umano, risvolto o svolta esistenziale, tenuta in gran conto da critici sempre in ordine, posati, tranquilli, immuni, ma attirati dalla digressione altrui. Grandi re sono diventati famosi per il solo fatto di essere matti.
Il termine viene usato in negativo, in termini vittimistici quando subiamo: quando cioè ci fanno uscire pazzi, quando stiamo impazzendo per il lavoro. Qualcuno diventa pazzo per il caldo, qualche altro per Belen, qualche altro quando rimira il partner che si è scelto, specie di prima mattina, in vestaglia, senza tacchi, né lui né lei. A Napoli c’è anche la specializzazione, o’ pazzariello, pazzerellone, e smetto perché sto pazziando.

Nino Nonnis (La Cavana [la roncola] di Aristan)

“A Napoli c’è anche la specializzazione, o’ pazzariello, pazzerellone, e smetto perché sto pazziando.”
Da LOCOS – Editoriale di Nino Nonnis (La Cavana [la roncola] di Aristan)

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