LUI È VIVO, NOI SIAMO MORTI


Editoriale del 7 maggio 2019

Eugenio Montale, in una celeberrima poesia degli “Ossi di seppia”, immagina di smascherare l’inganno della realtà, sorprendendola durante una passeggiata mattutina: voltarsi di scatto, all’improvviso, potrebbe cogliere impreparata la natura illusoria del mondo. Che si mostra nuda e vuota alle sue spalle. Poi, cercando vanamente di rimediare, si accampano sullo schermo fittizio “alberi case colli” a restaurare la posticcia concretezza delle cose. Ma è troppo tardi e il poeta se ne va col suo segreto, “tra gli uomini che non si voltano”. Proprio cinquant’anni fa, nel maggio 1969, Philip Kendred Dick, esageratamente più sospettoso e diffidente di Montale (morì pazzo), pubblicò “Ubik”, il suo romanzo più significativo e sconvolgente, e diventò l’autore di fantascienza (ma l’etichetta è stavolta davvero riduttiva) più famoso dell’era postmoderna, sviluppando la medesima idea montaliana e condividendo con il poeta ligure il “terrore da ubriaco” che deriva dall’inquietante dubbio nichilista. Da “Blade runner” a “Atto di forza” fino a “Minority report” il cinema fantastico degli ultimi quarant’anni si è nutrito dei suoi incubi. Ed Emmanuel Carrère, abile romanziere parigino, in sintonia con lo spirito dell’epoca come pochi e profondamente influenzato da Dick, ha scritto la biografia di questo Montale impazzito, intitolandola con la frase chiave di “Ubik”, “Io sono vivo, voi siete morti” (edizioni Adelphi): un saggio-romanzo rigorosamente documentato sulle testimonianze raccolte della vita di Dick, dove tutto ruota intorno alla sublime “idiozia” secondo la quale “il reale non lo si può conoscere direttamente, poiché è filtrato dalla soggettività di ciascuno”. Quasi una conseguenza del relativismo pirandelliano: se siamo uno, nessuno e centomila e la verità è solo una costruzione a posteriori dei singoli, allora significa che “ciò che chiamiamo realtà non è tale”. Si tratta perciò di “un’illusione, un simulacro ordito da una minoranza per ingannare la maggioranza, o da una potenza esterna per ingannare tutti”. Il racconto della vita nevroticamente ossessiva di Dick diventa una narrazione avvincente, che segue il biografato nella lucida esposizione di un’esistenza travagliata, percorsa dai brividi di una metafisica negativa, destinata a sfociare nella follia. Il viaggio nella sua biografia si trasforma nel viaggio nella mente di un pensatore che porta ai limiti estremi i succhi malati della meditazione intellettuale novecentesca, pagando caro l’azzardo. Come un Nietzsche della fantascienza, la tensione morale e psichica cede di fronte all’abisso del nulla: la presa d’atto di un rovesciamento totale della visione del mondo, una variante impazzita del detto secondo cui l’inferno è sulla terra. Ma anche il dovuto omaggio a un artista dalle antenne così sensibili da scottarsi per primo con la patata bollente che capita a chi, per vocazione, lavora mescolando il vero e l’immaginario, la veglia e il sogno. Popolando di incubi fecondi l’irrequietezza delle menti contemporanee.

Fabio Canessa (preside del Liceo Olistico Quijote di Aristan)

Il viaggio nella sua biografia si trasforma nel viaggio nella mente di un pensatore che porta ai limiti estremi i succhi malati della meditazione intellettuale novecentesca, pagando caro l’azzardo (da LUI È VIVO, NOI SIAMO MORTI -Editoriale di Fabio Canessa)

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