MAESTRI D’ITALIA


Editoriale del 6 maggio 2020

Ci sono parole che vanno centellinate, perché l’uso diffuso ne altera il significato. Nell’approssimarsi della ricorrenza della sua nascita, l’11 maggio 1908, voglio ricordare Ludovico Geymonat, il mio maestro, il fondatore della filosofia della scienza e della logica in Italia, riproponendo una sua bellissima riflessione su questa figura:

Per quanto un individuo si ribelli contro la comunità, lo stato, la famiglia, è difficile pensare che egli possa fare a meno di cercare fra il suo prossimo qualcuno da cui attendere una conferma al proprio giudizio. Questo qualcuno è il «Maestro», che egli sceglie a sé medesimo, è il maestro che egli circonda di profondo rispetto e di sincera devozione. […]

L’esperienza della devozione non richiede né implica la confidenza totale del discepolo verso il maestro. In altri termini: non è necessario, per riconoscere qualcuno come maestro, provare la necessità di confidargli ogni nostro sentimento, ogni nostro dubbio e problema. L’essenziale è qualcos’altro: è riconoscere in lui una autorità indiscutibile, al cui giudizio si è disposti a ricorrere nei momenti gravi delle proprie decisioni. Qui bisogna subito chiarire il carattere totalmente interiore di questo appello supremo. Il fatto materiale di svelare al maestro la nostra incertezza, come il fatto materiale di attendere la sua risposta sono, per principio, di secondaria importanza (tanto secondaria che il maestro può anche essere scomparso nel momento in cui, interiormente, ricorriamo al suo giudizio). L’importante è che egli sia per noi una persona viva, non una figura astratta o una formula; persona che noi conosciamo così bene da intuire con certezza che cosa egli ci direbbe in determinate circostanze. […] Il maestro impersona ciò che noi sentiamo di più alto nella nostra coscienza: i difetti che egli ebbe nella sua realtà storica servono soltanto a fare di lui un essere concreto e umano, a impedire che si trasformi in una astrazione. Egli è l’ideale vivo della nostra coscienza, e la nostra devozione verso di lui è la devozione verso l’ideale. Il maestro, anche se morto, è una persona viva nel nostro animo; perché soltanto una persona viva può giudicare e comprendere un’altra persona. […] La devozione al maestro è la scoperta di un nuovo animo nel proprio; è un approfondimento di sé; e, appunto per questo, un superamento di quella che era la propria limitatezza”.

Alla luce di questa descrizione così impegnativa viene spontaneo chiedersi se tutti coloro che vengono chiamati “Maestri d’Italia” dalle televisioni e dai giornali che ne ospitano gli interventi meritino davvero di essere definiti tali.

Silvano Tagliagambe (Iconologo di Aristan)

 

L’importante è che egli sia per noi una persona viva, non una figura astratta o una formula; persona che noi conosciamo così bene da intuire con certezza che cosa egli ci direbbe in determinate circostanze. (da MAESTRI D’ITALIA – Editoriale di Silvano Tagliagambe)

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